La parola: «Belenismo, in due lingue»

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C’è un’idea antica che regge questo capitolo: chiamare bene le cose non è un ornamento del pensiero, ma la sua prima condizione. La formulò Confucio, il maestro cinese del VI-V secolo a.C., nei Dialoghi — la raccolta dei suoi detti riunita dai discepoli—. Quando gli chiesero che cosa avrebbe fatto per prima cosa se avesse dovuto governare, rispose che avrebbe rettificato i nomi, e lo argomentò così: «Se i nomi non sono corretti, il linguaggio non concorda con la verità delle cose; e se il linguaggio non concorda con la verità delle cose, gli affari non possono essere condotti a buon fine».1 È la dottrina della «rettificazione dei nomi» (正名, zhèngmíng), e la sua ragione era pratica, non metafisica. A un sovrano che gli domandava del buon governo rispose con la stessa idea fatta esempio: c’è governo «quando il principe è principe e il ministro è ministro; quando il padre è padre e il figlio è figlio».2 Se l’imperatore non si chiama — e non si comporta— da imperatore, i decreti non vengono obbediti; se il padre non occupa il nome di padre, la famiglia si disordina. Nominare male non è una svista innocente: finisce per storcere ciò che si fa.

«La Educación debe ser sin discriminación de clases» — l’educazione deve essere senza discriminazione di classe—. Monumento a Confucio, Montevideo (fotografia: Ale Genes, 2013, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0).

Non fu un’intuizione soltanto sua, ma in Grecia la domanda si fece più ambiziosa. Platone dedicò un dialogo intero — il Cratilo— a discutere se i nomi siano corretti per natura o per semplice convenzione. In apertura (383a), Ermogene — rivolgendosi a Socrate— riassume così la tesi del personaggio che dà il titolo al dialogo: «Κρατύλος φησὶν ὅδε, ὦ Σώκρατες, ὀνόματος ὀρθότητα εἶναι ἑκάστῳ τῶν ὄντων φύσει πεφυκυῖαν, καὶ οὐ τοῦτο εἶναι ὄνομα ὃ ἄν τινες συνθέμενοι καλεῖν καλῶσι […] ἀλλὰ ὀρθότητά τινα τῶν ὀνομάτων πεφυκέναι καὶ Ἕλλησι καὶ βαρβάροις τὴν αὐτὴν ἅπασιν» — «Cratilo, qui presente, o Socrate, afferma che ciascuno degli esseri ha una correttezza del nome che gli appartiene per natura, e che il nome non è ciò che alcuni, dopo essersi accordati, usano per chiamare le cose […], ma che esiste una correttezza dei nomi, la stessa per tutti, per i Greci e per i barbari» (traduzione propria sul testo dell’edizione di Burnet).3 Socrate sottoporrà quella tesi a esame per tutto il dialogo, e il lettore attento ne uscirà con il sospetto che la correttezza naturale dei nomi sia un miraggio. Ciò che qui importa non è come lo risolva Platone, ma la coincidenza di fondo: tanto il maestro cinese quanto il greco sapevano che nominare ha conseguenze reali. Questo capitolo si tiene la lezione di Confucio: non cerca il nome che la natura avrebbe scritto per il presepe, ma il nome di cui la pratica ha bisogno per essere vista.

Erma di Platone. Marmo, copia romana di un originale greco dell’ultimo quarto del IV secolo a.C. Museo Pio-Clementino, Vaticano (fotografia: Marie-Lan Nguyen, 2006, Wikimedia Commons, pubblico dominio).

E che cosa c’entra questo con il presepe? Tutto. Nel mondo del presepe il linguaggio si è sfasato, e l’esempio più chiaro lo subisce lo scultore: chi modella figure originali viene chiamato «artesano belenista» — artigiano presepista—, come se l’essenziale del suo lavoro non fosse l’autorialità ma la ripetizione. Il suo lavoro comincia come opera scultorea prima che esista alcuna produzione; il nome che gli si dà la cancella. La pratica del presepe è un’arte? Questo Manuale ha già affrontato a fondo la domanda — e la vecchia casella che separa il «popolare» dall’«artistico»— nei suoi capitoli sull’arte di comporre presepi, opera per opera e fonte per fonte. La conclusione sta in una frase: è arte, e chi ne dubita dovrà giustificarlo. Questo capitolo si occupa di un problema precedente: il nome stesso. E non è un problema da conversazione: quello stesso slittamento — dallo scultore all’artigiano— è scritto, con le sue parole e la sua data, nella norma che oggi dichiara l’arte e la pratica del presepe patrimonio immateriale in Spagna, e lo si esamina nel capitolo del fascicolo, che è il suo posto.

E ciò che questo capitolo misura non è una parola isolata. I tre capitoli precedenti hanno descritto la cosa intera: a che cosa servì il primo presepe, che cosa trasmette una scena della Natività a chi l’ha davanti, e di che cosa è fatto il mondo nato da quella notte — opere su due livelli, modi che non si ordinano dal migliore al peggiore, una catena di persone, un calendario, delle usanze e due valori—. Con tutto questo davanti, la domanda sul nome cambia forma. Non è più «che cosa significa belenismo?», che è una domanda da dizionario e si risolve in una riga, ma quest’altra: di tutto questo, quanto riesce a nominare la parola? E poiché la parola esiste soltanto in due delle sei lingue di questo Manuale, la domanda si sdoppia: che cosa nomina dove esiste, e che cosa si fa dove non esiste.

La pratica è riconoscibile in tutto il mondo cristiano. Secondo l’annuario statistico della Chiesa — l’Annuarium Statisticum Ecclesiae, con dati del 2024—, i cattolici sono oggi poco più di 1.422 milioni, intorno al 17,8% della popolazione mondiale;4 il presepe li accompagna ogni dicembre nelle case, nelle parrocchie e negli spazi pubblici, e molte altre confessioni cristiane, senza praticare l’arte del presepe in quanto tale, riconoscono nel presepe la scena essenziale del Natale. La pratica, dunque, è universale. La parola no: in alcune lingue esiste con una densità propria, in altre bisogna descriverla con una frase. E dove manca, non è per mancanza di pratica: la Francia, con i suoi santons di Provenza, non ha una voce per nominarla; né il tedesco — nonostante la tradizione viva della Krippe— né l’inglese. L’Italia sì, per una strada propria, e la si conosce appena fuori dal mestiere.


Due cose distinte

La lingua corrente nomina tutto questo con due verbi, e tutti e due dicono meno di ciò che accade. Il presepe si monta, come si monta un mobile: qualcosa che arriva smontato e va soltanto assemblato secondo i suoi pezzi. E il presepe si mette, come si mette la tavola: un’operazione di stagione che si ripete uguale ogni anno. Il primo verbo nega che ci siano decisioni; il secondo, che il risultato sia singolare.

Conviene misurarne la portata. Di un pittore non si dice che ha appeso il quadro, anche se appenderlo è l’ultima cosa che fa: si dice che l’ha dipinto. Con il presepe, invece, la lingua nomina soltanto l’ultima operazione — collocare i pezzi al loro posto— e lascia fuori tutto il resto: quale scena si rappresenta e con quale fondamento, con quali figure, in quale spazio, con quale luce, e perché così e non altrimenti. Nominando soltanto la fine, la lingua descrive un ornamento. E descrivendolo come ornamento, lo trasforma in ornamento.

Per questo il Manuale dice comporre, costruire o creare secondo il caso, e non per schizzinosità: ciascuno di questi verbi lascia vedere una decisione che montare e mettere nascondono.

Fatti i conti con il vocabolario, resta in vista l’elementare: prima di discutere il nome bisogna sapere quante cose ci sono da nominare. E qui il Manuale non deve decidere nulla, perché la lingua l’ha già deciso: c’è una voce per l’oggetto — belén, pesebre, pessebre— e un’altra, distinta, per la pratica — belenismo, pesebrismo, pessebrisme—. Due voci separate, nei dizionari accademici, con definizioni che non si sovrappongono.

L’oggetto occupa uno spazio, si termina, si guarda e si ripone. La pratica non si ripone a gennaio: è ciò che la lingua nomina a parte, e questo capitolo cercherà di stabilire da quando e con quale portata. Di che cosa sia fatta quella pratica lo ha detto il capitolo precedente; dove finisca e chi vi rientri non si risolve qui, e conviene dirlo subito: definirla è il lavoro del capitolo successivo, che la riceve da questo con il nome già misurato. Ciò che questo capitolo può fare è più modesto, e viene prima: provare che la distinzione esiste, datarla e misurare quale nome l’ha sostenuta.

Intendere il presepe soltanto come oggetto non è un errore di vocabolario: è ciò che permette di trattarlo come un ornamento. Un oggetto si compra, si colloca e si sostituisce. Una pratica si impara, si discute e si eredita. La parola che si sceglie decide, senza rumore, in quale delle due conversazioni entra il presepe.

E questa distinzione non la inventa il Manuale. Era già fatta, per iscritto e in catalano, più di un secolo fa.


La parola ha una storia, e la si può datare

Ciò che segue sono sei testi di stampa, in due lingue e da due archivi. Non si citano come illustrazione: sono la prova di quando si comincia a dire ciascuna cosa, e tutti si possono consultare oggi stesso in copia digitale.

I primi due sono in catalano e sono conservati nell’Arxiu de Revistes Catalanes Antigues della Biblioteca de Catalunya. I quattro successivi sono in castigliano e sono stati individuati dopo, nella Hemeroteca Digital della Biblioteca Nacional de España; formano una seconda serie che corre parallela alla prima e non si confonde con essa. L’accesso è libero per tutti tranne l’ultimo, del 1934, che è ancora protetto dal diritto d’autore e si può consultare soltanto in sala.

1868: la cosa

Il 19 luglio 1868 un settimanale satirico di Barcellona chiamato Lo Esquirol descrive un personaggio, il senyor Pau, accumulando i tratti che lo rendono riconoscibile. Tra questi, il seguente:

«¡Ah! me descuidaba de dir que per Nadal no pot faltar á casa sèva ni gall ni pessebre y que pren rapé.» — Ah, dimenticavo di dire che a Natale in casa sua non possono mancare né il gallo né il presepe, e che fiuta tabacco—.5

Vale la pena guardare con calma ciò che quella frase dà per scontato. Il presepe compare accanto al gallo: non come una devozione né come un’opera, ma come una delle cose che in una casa non possono mancare a Natale, vicino a ciò che si mette in tavola. E compare dentro una battuta, che è la prova più esigente di tutte: si può scherzare soltanto su ciò che il lettore riconosce senza che glielo spieghino. Se l’autore avesse dovuto chiarire che cos’è un presepe, non ci sarebbe stata battuta.

C’è un dettaglio in più, e non è da poco: il testo è pubblicato a luglio. La parola non ha bisogno della stagione per essere capita. Nel 1868, a Barcellona, pessebre è una parola di tutto l’anno.

Lo Esquirol, 19-VII-1868, p. 1. Il presepe, accanto al gallo, tra le cose che ritraggono un personaggio: si scherza soltanto su ciò che tutti riconoscono. Còpia digital: ARCA, Biblioteca de Catalunya. Domini públic.

Ciò che questa testimonianza prova, allora, è modesto e solido al tempo stesso: nel 1868 il presepe è già un’istituzione domestica, così radicata da servire a ritrarre qualcuno con un tratto solo. Ciò che non prova — e conviene dirlo prima che lo dica un altro— è alcunché sulla pratica. Qui non c’è mestiere, né arte, né autore: c’è un oggetto che sta nelle case.

1907: il mestiere

Trentanove anni dopo, il 31 dicembre 1907, La Veu de Catalunya pubblica nella sua edizione della sera un articolo intitolato «El Nostre Naixement». Lo firma Josep Carner, allora uno scrittore giovane che sarebbe diventato una delle voci centrali della poesia catalana del XX secolo.6 L’articolo difende il Presepe — così, con la maiuscola— contro chi lo considera una cosa da bambini:

«Ja podeu imaginar, donchs, si jo soch partidari dels Naixements, bella tradició artística y católica, tota viva encara entre nosaltres, per il·luminació y gaubança dels ulls infantívols, y adhuc dels majors y dels greus. El pessebrisme és d'una barcelonería esquisida; y és en l'amor als pessebres (que comparteixo ab don Joan Rosselló) y en l'amor a les auques (que comparteixo ab el dilecte Xenius) en lo que jo fundo principalment la meva afirmació de que la raça catalana té singulars aptituts pel somni, y, conseqüentment, per la conquesta.» — Potete dunque immaginare se io sia partigiano dei presepi, bella tradizione artistica e cattolica, ancora tutta viva tra noi, per l’illuminazione e la gioia degli occhi infantili, e perfino di quelli degli adulti e delle persone serie. Il pessebrisme è di una barcellonesità squisita; ed è sull’amore per i pessebres (che condivido con don Joan Rosselló) e sull’amore per le auques [fogli illustrati in vignette] (che condivido con il diletto Xenius) che fondo principalmente la mia affermazione che la razza catalana ha singolari attitudini per il sogno e, di conseguenza, per la conquista—.7

La grafia è quella anteriore alla normativa di Fabra e la si cita così com’è: barcelonería, católica e aptituts conservano l’accentazione e la forma del 1907.

Qui ci sono tre cose, e tutte e tre contano.

La prima: Carner distingue in una sola frase ciò che questo capitolo ha appena separato. Parla dell’«amor als pessebres», al plurale — le opere—, e del «pessebrisme», al singolare — la pratica—, e non si ferma a spiegare la differenza. La dà per acquisita. Vale a dire: la distinzione di cui il Manuale ha bisogno come punto di partenza funzionava già nel catalano scritto più di un secolo fa. Il Manuale non la inventa; la recupera.

La seconda: usa la parola senza spiegarla. È l’indizio più affidabile che una parola circola già. Nessuno conia un termine e tira dritto; chi conia, chiarisce. Carner non chiarisce.

La terza, ed è quella che peserà alla fine del capitolo: la qualifica. «El pessebrisme és d'una barcelonería esquisida» — il pessebrisme è cosa di una barcellonesità squisita—. Nel 1907 la parola che nomina la pratica non è percepita come catalana in generale, ma come barcellonese in particolare. Nasce segnata dalla sua città.

Conviene aggiungere ciò che il testo non è. Non è un annuncio commerciale né una cronaca mondana: è uno scrittore che firma una difesa. La parola compare, la prima volta che possiamo leggerla, in un testo che difende la pratica come arte.

La Veu de Catalunya, 31-XII-1907, edizione della sera, p. 3: il paragrafo di Josep Carner, nel suo inchiostro. La prima volta che si può leggere la parola pessebrisme — e nomina già la pratica, non l’oggetto—. Ritaglio del facsimile a 300 ppi; il frammento riprodotto è quello citato nel testo (diritto di citazione). Còpia digital: ARCA, Biblioteca de Catalunya.

Trentanove anni

È l’intervallo tra le due testimonianze, e in esso sta l’intero argomento di questa sezione:

La cosa si nomina quando è consuetudine. La pratica si nomina quando qualcuno decide di difenderla.

Nel 1868 ci sono presepi nelle case e c’è una parola per indicarli. Perché compaia l’altra parola — quella che nomina il mestiere— serve qualcosa di più dei presepi: serve che qualcuno pensi che ciò che si fa è un modo di fare, che merita un nome proprio e che conviene sostenerlo in pubblico. Quel momento ha una data, ed è il 1907.

La serie castigliana: 1864, 1867, 1877, 1934

C’è una seconda serie di testimonianze, e non era nella prima edizione di questo capitolo. È arrivata per una via laterale —verificando perché questo Manuale si scrive anche in catalano— e obbliga a sfumare quanto detto sopra senza smontarlo. È in castigliano, avviene nella stessa città e va per conto suo.

Il punto di partenza è una società. Secondo la storia pubblicata dall’Associació de Pessebristes de Barcelona, il Diario de Barcelona annuncia il 9 febbraio 1862 la «Fundación de una Sociedad de Pesebristas a imitación de otra anterior» — fondazione di una Società di Pesebristas a imitazione di un’altra precedente—; il 17 novembre 1863 informa che «la Sociedad de Aficionados a los Belenes da normas artísticas» — la Società degli Amatori dei Belenes dà norme artistiche—; e il 9 gennaio 1864 recensisce i suoi statuti, datati 15 marzo 1863, con ventitré articoli e tredici prescrizioni su come deve farsi un presepe.8

Queste tre notizie e gli statuti si conoscono oggi attraverso la storia che pubblica la stessa associazione, che li trascrive: i numeri del Diario de Barcelona di quegli anni non sono nell’emeroteca digitale che conserva quel giornale. Ciò che viene dopo, invece, sono esemplari aperti uno per uno.

1864: la battuta che spiega la parola

Il giorno dopo quella recensione —il 10 gennaio 1864—, un giornale diverso, El Lloyd español, riprende la novità e se ne fa beffe:

«Al paso que vamos este año la sociedad se compondrá de sociedades. Ya he visto anunciada una de pesebres, ó de pesebristas. Habrán temido denominarse de belenes, por si la autoridad les hacia algun cargo el dia que hubiese un belen.» — Di questo passo, quest’anno la società sarà composta di società. Ne ho già vista annunciata una di pesebres, o di pesebristas. Avranno avuto paura di chiamarsi di belenes, nel caso in cui l’autorità muovesse loro qualche accusa il giorno in cui ci fosse un belen [un tumulto]—.9

Conviene non passare oltre quella battuta, perché dice più di molti argomenti.

Anzitutto, conferma la società dall’esterno: un giornale estraneo registra che è stata annunciata, e registra anche che il nome oscillava — «de pesebres, ó de pesebristas»—.

E poi, ed è ciò che importa: ride esattamente del rumore della parola belén. La battuta funziona soltanto se il lettore del 1864 capisce insieme le due accezioni — la natività e il chiasso—, e se gli sembra verosimile che qualcuno evitasse la prima per paura della seconda. Più avanti, questo capitolo esamina quel rumore nel dizionario di oggi (si veda la sezione «Il nome», punto cinque). Qui resta provato che non è un problema recente: già un secolo e mezzo fa ci si scherzava sopra, e già lo si indicava come ragione per scegliere l’altra radice.

1867 e 1877: la parola circola e la pratica si organizza

Il 30 dicembre 1867 un giornale di Madrid, La Ley, cita «un colega de Barcelona» — un collega di Barcellona—: «Se nos ha pasado un aviso de la sociedad de pesebristas…» — ci è stato trasmesso un avviso della società dei pesebristas…—.10 La voce è uscita dalla sua città.

E il 9 gennaio 1877 la Crónica de Cataluña pubblica qualcosa che non è più una menzione, ma un servizio al lettore:

«Aunque sean muchos mas de los que ponemos á continuacion los belenes que este año hay de manifiesto en varias casas particulares, continuamos aquí los pertenecientes á la sociedad de pesebristas que son: el de D. Domingo Inglada, en la calle de Mercaders, número 19, tienda de dorados, se enseña los lúnes y domingos.—El de D. Alberto Esteve, en la calle de Amalia, número 79, al lado de la Cárcel, los jueves y domingos.—El de D. Domingo Estreicher, calle de Caspe, número 85, los domingos.—El de D. Antonio Bastinos, en la calle de los Baños Nuevos, número 1, piso tercero, los lúnes y viernes.—Y el de D. José Roig, en la misma calle de los Baños, número 7, piso tercero, los martes y viernes.» — Benché i presepi esposti quest’anno in varie case private siano molti di più di quelli che elenchiamo qui sotto, riportiamo qui quelli appartenenti alla società dei pesebristas, che sono: quello di D. Domingo Inglada, in calle de Mercaders, numero 19, bottega di doratore, che si mostra il lunedì e la domenica; quello di D. Alberto Esteve, in calle de Amalia, numero 79, accanto al Carcere, il giovedì e la domenica; quello di D. Domingo Estreicher, calle de Caspe, numero 85, la domenica; quello di D. Antonio Bastinos, in calle de los Baños Nuevos, numero 1, terzo piano, il lunedì e il venerdì; e quello di D. José Roig, nella stessa calle de los Baños, numero 7, terzo piano, il martedì e il venerdì—.11

Cinque presepi di soci, con nome, indirizzo e giorni di visita. Quattordici anni dopo gli statuti, la cosa funziona per quello che è: una pratica organizzata, con un calendario pubblico e con case aperte. E il redattore avverte che ce ne sono molti di più in abitazioni private; elenca soltanto quelli della società.

1934: l’-ismo, settant’anni dopo

La voce castigliana della pratica —pesebrismo— compare soltanto molto più tardi. La testimonianza più antica individuata è del 16 gennaio 1934, su La Vanguardia, e parla proprio «del pesebrismo catalán» — del pesebrismo catalano—.12

La spartizione delle due radici

C’è qualcosa in queste testimonianze che non si vede finché non si cercano le due radici separatamente, e allora salta agli occhi.

Si torni alla cronaca del 1877. Nella stessa frase scrive: «los belenes que este año hay de manifiesto en varias casas particulares… los pertenecientes á la sociedad de pesebristas» — i presepi esposti quest’anno in varie case private… quelli appartenenti alla società dei pesebristas—.

Lo stesso parlante chiama belén la cosa e pesebrista sé stesso.

I conteggi lo confermano. Nella stampa di Barcellona, pesebristas restituisce 962 esemplari, con presenza già nel XIX secolo e forte dall’inizio del XX. Belenista e belenistas, sommate, ne restituiscono 91, e di belenista nessuno è anteriore al 1901.13

Dunque in castigliano, e nella città dove tutto questo si organizzò, la voce che nomina chi lo fa nacque dalla radice della mangiatoia, non da quella della città. L’altra arrivò dopo.

E la battuta del 1864 spiegava il perché prima che qualcuno contasse alcunché: «habrán temido denominarse de belenes» — avranno avuto paura di chiamarsi di belenes—. Per la cosa va bene belén; per nominare sé stessi, no.

Due trappole d’archivio, dichiarate

Questi conteggi esigono un’avvertenza, perché cercare belenista in un archivio nazionale restituisce, soprattutto, altre due cose.

La prima è il riconoscimento ottico. I quattro risultati più antichi —1847, 1877, 1880, 1917— non parlano di presepi: parlano della Grecia. «Filólogo y jurisperito, belenista y teólogo» — filologo e giurisperito, belenista e teologo—; «un busto de mármol á la memoria del eminente belenista J. J. Courtaud» — un busto di marmo alla memoria dell’eminente belenista J. J. Courtaud—. È helenista, letto male. Lo stesso difetto che restituisce helenismo quando si chiede di belenismo.

La seconda non è un errore: è una parola diversa. Nel marzo 1899 El Correo de Zamora pubblica per più giorni di seguito una notizia su «los Belenistas Palestinos que se hallaban establecidos en una de las casetas de la Plaza» — i Belenistas palestinesi che si erano stabiliti in una delle casette della Piazza—. Lì belenista significa nativo di Betlemme, e la notizia riguarda venditori di articoli di Terra Santa.14

Conviene soffermarsi su questo, perché non è un aneddoto d’archivio. La radice della città produce un derivato che era già occupato: chi si chiama belenista condivide il nome con l’abitante di Betlemme. È un rumore in più, e della stessa famiglia degli altri — il chiasso, il groviglio, «estar en Belén», essere tra le nuvole—: non sporca il nome, ma lo costringe a competere. La radice della mangiatoia non ha questo problema, e chi scelse di nominarsi nel 1864 lo disse a modo suo.

Quando cambiò il nome del mestiere, e perché: la domanda aperta

Oggi, in castigliano, chi fa un presepe è un belenista. E si è appena visto che nel XIX secolo era un pesebrista. Tra l’una e l’altra cosa c’è stato un cambiamento, e questo capitolo non può ancora datarlo. Conviene dire perché, e che cosa servirebbe per riuscirci.

Ciò che l’archivio dice. Nella stampa di Barcellona, belenista non compare prima del 1901; tra il 1901 e il 1935 ci sono quattro esemplari, e diciannove nel tratto che va dal 1936 al 1975. Ma pesebristas, in quello stesso tratto, non arretra: passa da 389 a 566. Dunque nelle date che quell’archivio raggiunge non si osserva una sostituzione: si osserva la comparsa di una seconda voce accanto alla prima.13

Ciò che l’archivio non può dire. Il suo fondo si esaurisce poco dopo, e il cambiamento che oggi percepiamo è posteriore. Chiedere a quell’archivio quando si smise di dire pesebrista è chiedergli di un tempo che non contiene.

Un’ipotesi, ed è falsificabile. Nel 1963 si fonda la Federación Española Belenista — il nome di oggi, Federación Española de Belenistas, risale alla sua rifondazione del 1972—: il suo regolamento è approvato dal Ministerio de la Gobernación con nota del 29 aprile, e si costituisce in assemblea sabato 29 giugno, con cinque associazioni fondatrici — Madrid, Pamplona, Valladolid, Lugo e Zafra—.15 Un ente che federa un settore e dà un nome a sé stesso fissa la parola: il nome va negli statuti, nei bollettini, nei concorsi, nei manifesti e nelle tessere di tutte le associazioni che vi entrano. Se la voce si è generalizzata per quella via, la curva di belenista dovrebbe decollare a partire da quella data e non prima.

Lo si può verificare, e lo si può smentire. Se belenista fosse già dominante nella stampa prima del 1963, l’ipotesi cade, e bisognerebbe cercare la causa altrove — la scuola, la radio, la castiglianizzazione del dopoguerra, o semplicemente il peso della voce belén, che è quella che il dizionario dà come principale—. Questo Manuale non la dà per buona finché non si contano i dati.

E c’è un dettaglio in quegli statuti che cambia la forma dell’ipotesi. La loro dichiarazione di intenti non dice belenismo: dice «el belenismo o pesebrismo». Le due voci, una dopo l’altra e unite da una congiunzione, senza gerarchia e senza nota.15

Dunque nel 1963 la federazione non sceglie tra le due parole: le mantiene insieme nel testo e ne sceglie una sola per il nome. E lì sta il meccanismo, se è stato questo: nessuno decretò nulla, nessuno scartò nulla. Semplicemente, ciò che si ripete mille volte —l’insegna, la testata, la firma— porta una sola voce, e ciò che si legge una volta —l’articolato— le porta tutte e due. Una parola non ha bisogno di vincere una discussione per imporsi: le basta stare nel posto che si ripete.

Se è questo ciò che accadde, il cambiamento non lo decise nessuno, e tuttavia ebbe un autore.

E c’è una via documentaria che la stampa non sostituisce. Le associazioni di quegli anni si costituivano in base alla Ley de Asociaciones del 1887, che obbligava a presentare gli statuti al Governo civile «expresando claramente en ellos la denominación y objeto de la Asociación» — esprimendo chiaramente in essi la denominazione e l’oggetto dell’Associazione—, e ordinava di tenere «en cada Gobierno de provincia un registro especial» — in ogni Governo di provincia un registro speciale— degli enti domiciliati nel suo territorio.16 Vale a dire: il nome di ogni società restò iscritto, con la sua data, in un registro ufficiale. Lì, e non nella stampa, sta il modo di datare quando gli enti cominciarono a chiamarsi in un modo e smisero di chiamarsi nell’altro.

E resta la domanda che la precede, che è quella di fondo e a cui nessun conteggio risponde: perché si abbandonò la voce che non aveva rumore. Pesebrista non condivide il nome con l’abitante di nessuna città, non si trascina dietro il chiasso né il groviglio, e nomina ciò che l’evangelista dà come segno. L’altra, quella che si impose, si porta dietro le prime tre e non ha la quarta. Si impose lo stesso. Annotarlo non è lamentarlo: è registrare che l’uso non sceglie la parola meglio motivata, e che chi vuole sapere perché una pratica si chiama così dovrà guardare chi l’ha nominata, non che cosa conveniva.

Ciò che questa serie aggiunge, e ciò che no

Non sposta i trentanove anni. Quell’intervallo misura un’altra cosa: quello che separa le due testimonianze catalane citate — pessebre, 1868; pessebrisme, 1907—, e la voce dell’oggetto è ancora anteriore: l’archivio la restituisce già nel 1865. Queste testimonianze sono in castigliano e non contengono nessuna delle due voci.

Ciò che apportano è una seconda serie, parallela e più lunga. In castigliano le persone si nominano nel 1864 e la pratica non si nomina fino al 1934: settant’anni. In catalano, dall’oggetto alla pratica, furono almeno quarantadue. Due lingue, due ritmi, e lo stesso ordine in entrambe.

Dunque l’ordine in cui compaiono le parole non è quello che ci si aspetterebbe. Prima si nominano le persone che lo fanno. Poi la cosa che fanno. E molto dopo la pratica che le persone esercitano sulla cosa.

E c’è un dato che pesa più di tutte le date messe insieme. Le tredici prescrizioni del 1863 dicono come deve costruirsi un presepe perché abbia, secondo la recensione, l’effetto artistico che il suo autore cerca. Vale a dire: prima che la pratica avesse un nome, aveva già un criterio scritto. Un gruppo di persone si era messo d’accordo per iscritto sul fatto che quella cosa si faceva meglio o peggio, e su come distinguerlo. È esattamente ciò che una definizione deve raccogliere, e accadde settant’anni prima che esistesse la parola che lo nomina.

Resta un’ultima cosa, dello stesso ordine di tutto ciò che precede: la società del 1862 non si presenta come la prima. Nasce, dice il titolo, a imitazione di un’altra precedente di cui non sappiamo nulla.

Quanto fu usata

Le due testimonianze precedenti segnano un inizio. La stessa ricerca, estesa a tutto l’archivio, dice che cosa accadde dopo. Pessebrisme compare in 115 pagine distribuite in 26 periodi — 25 anni datati e un gruppo senza data—, con questa distribuzione:17

Periodo Pagine
1907-1920 11
1925-1935 92
1938 3
1948-1987 8
Senza data 1
«Pessebrisme» nella stampa catalana digitalizzata (ARCA), 1907-1987. 115 pagine; il grafico mostra le 114 datate (il gruppo «senza data» resta fuori dall’asse). La ricerca dipende dall’OCR di ciascun esemplare, e il calo successivo al 1939 misura anche quale stampa cessò di esistere — compresa quella di guerra: le tre pagine del 1938 cadono dentro quella fascia—. Elaborazione propria sul conteggio del 17-VIII-2026.

Quattro occorrenze su cinque si concentrano tra il 1925 e il 1935, con il massimo nel 1934. Durante quel decennio abbondante, pessebrisme non è una parola da specialisti né di circolazione occasionale: è una parola di uso pubblico corrente, che compare nella stampa più volte l’anno senza che nessuno la presenti.

Due avvertenze, prima di ricavarne più di quanto c’è.

La prima riguarda il metodo: la ricerca trova ciò che il riconoscimento ottico ha saputo leggere. Lo stesso archivio avverte che i suoi risultati sono approssimativi e dipendono dalla qualità dell’immagine. Una testimonianza anteriore al 1907 non è esclusa da questa ricerca: resta non individuata, che è cosa diversa. Per questo il Manuale dice «la testimonianza più antica individuabile in ARCA» e non «la prima attestazione della parola». La differenza tra le due formule è esattamente la differenza tra ciò che si è verificato e ciò che si vorrebbe aver verificato.

La seconda riguarda ciò che la curva misura davvero. Il calo successivo al 1938 dice tanto della stampa quanto della parola: molte testate catalane cessano di esistere nel 1939, e un archivio di riviste antiche registra, prima di tutto, che cosa si pubblicava. Leggere quella discesa come una scomparsa del pessebrisme significherebbe confondere il silenzio del corpus con il silenzio della pratica.

La stessa cautela vale all’indietro e per l’altra parola, e qui l’archivio corregge ciò che sembrava. Lo Esquirol non è la testimonianza più antica di pessebre nella stampa catalana digitalizzata: consultati gli anni uno per uno, la ricerca restituisce già pagine del 1865, del 1866 e del 1867, tutte della stampa satirica barcellonese (Un tros de paper, Lo noy de la mare, La Rambla, La Pubilla), e nessuna tra il 1861 e il 1864; e all’interno dello stesso 1868, La Pubilla la riporta in gennaio, sei mesi prima di Lo Esquirol. La testimonianza del 1868 resta in questo capitolo per ciò che dice — il presepe accanto al gallo—, non per la sua data. E la parola è, in ogni caso, più vecchia della stampa: ciò che quelle date segnano è la sua comparsa nell’archivio, non la sua nascita.

E una data che circola senza esemplare

Resta una data da considerare, perché il lettore che abbia letto qualcosa sull’argomento l’avrà incontrata.

È stata attribuita al 1805, nel Diari de Barcelona, la prima comparsa scritta della parola pessebrisme. La fonte è la cronologia di Jordi Dalmau nel suo quaderno El pessebrisme, pubblicato nel 1992 nella collana Quaderns de la Revista de Girona: lì, a pagina 7, si legge «Surt escrita per primera vegada la paraula pessebrisme. Diari d'en Brusi» — compare scritta per la prima volta la parola pessebrisme. Diari d’en Brusi—.18

L’esemplare è stato verificato e non dice più di questo. È una riga di cronologia in un quaderno divulgativo, senza nota e senza riferimento — pratica normale in quel genere, non negligenza—, sicché non c’è modo di risalire la traccia. A ciò si aggiungono due cose che lo stesso quaderno mette in vista: chiama il giornale con un nome popolare posteriore al 1805, e colloca nel 1860 la fondazione della prima società pessebrista, per cui la parola che nomina la pratica sarebbe esistita mezzo secolo prima che ci fosse una pratica organizzata da nominare.

Non regge. E non c’è bisogno che regga, perché al suo posto ci sono due testi con data, testata, pagina e copia digitale. Un dato senza prova non si confuta: si sostituisce.

La riga della cronologia di Jordi Dalmau (El pessebrisme, Quaderns de la Revista de Girona 39, Diputació de Girona i Caixa de Girona, 1992, p. 7): la data, senza nota e senza fonte. Si riproduce come citazione, a fini di analisi e con la sua attribuzione (art. 32 LPI).

Vale la pena soffermarsi un momento su come funziona questo, perché accadrà ancora in questo Manuale più di una volta. Nessuno ha mentito. Un dato ragionevole fu pubblicato senza apparato, fu letto, fu ripetuto e finì per sembrare stabilito per il solo fatto di essere stampato. Basta che nessuno vada a cercare l’esemplare. Andarlo a cercare è, di fatto, quasi tutto il metodo.


Ciò che dicono le opere che fissano la lingua

Fin qui, la parola per strada. Ora, la parola nei dizionari — che è un’altra cosa, e arriva sempre dopo.

Un dizionario accademico non decide quali parole esistono: registra quelle che già si usano, quando l’uso è documentato. Va dietro, e va dietro di proposito. Conviene tenerlo presente per leggere bene ciò che segue: che una parola entri tardi nel dizionario non dice nulla sulla sua età; dice quando qualcuno ha riunito prove sufficienti del suo uso.

Riunite le opere di riferimento delle lingue dello Stato spagnolo — cinque opere, sei voci—, compare un dato che finora nessuno aveva messo insieme:

Opera Voce Definizione
Diccionario de la lengua española (RAE-ASALE) belenismo «Arte de los belenes o afición a ellos». Marca Esp.
Diccionario de la lengua española pesebrismo Due accezioni: quella artistica e una spregiativa. Senza marca geografica
DIEC2 (Institut d'Estudis Catalans) pessebrisme «Art de construir pessebres»
DNV (Acadèmia Valenciana de la Llengua) pessebrisme / betlemisme Marche ETNOL./ART; betlemisme, «Art de construir betlems»
Gran Enciclopèdia Catalana pessebrisme «Afecció i art de construir pessebres»
DCVB (Alcover-Moll) pesebrisme o pessebrisme «Art de construir pesebres de Nadal»

Tre accademie — la Real Academia Española, l’Institut d’Estudis Catalans e l’Acadèmia Valenciana de la Llengua— aprono la definizione con la stessa parola: arte.19

Questo dato dovrebbe essere il punto di partenza di qualsiasi discussione sullo statuto dell’arte e della pratica del presepe, e finora non lo era, semplicemente perché non era stato riunito. Chi sostiene che fare presepi sia un lavoretto stagionale non discute con l’opinione di uno scultore: discute con la definizione concorde di tre accademie.

Diccionari de la llengua catalana (DIEC2), s. v. pessebrisme: «Art de construir pessebres» — arte di costruire presepi— (dlc.iec.cat, schermata del 18-VIII-2026).

Quando entrarono nel dizionario

Le due voci spagnole sono, inoltre, recenti nel dizionario accademico, e questo dice qualcosa. Belenismo non figura nella 22ª edizione, del 2001, e figura invece in quella vigente, la 23ª; secondo la Federación Española de Belenistas, che l’aveva richiesta, è entrata nell’edizione presentata il 17 ottobre 2014.20 Pesebrismo arriva con una storia più curiosa, ed è quella che la tabella riassume in una cella: oggi ha due accezioni — quella dell’arte e una marcata come spregiativa, «práctica del favor mediante el pesebre (beneficio o prebenda)», cioè pratica del favore per mezzo della greppia (beneficio o prebenda): il clientelismo—. Nemmeno questa figura nell’edizione del 2001: le due voci della pratica sono, nel dizionario accademico, del XXI secolo.21

Che la parola dell’arte conviva nella stessa voce con la parola della raccomandazione non è un aneddoto da dizionario. È il primo avviso di qualcosa che questo capitolo troverà nelle due radici e che alla fine peserà nella decisione sul nome: nessuna delle due è pulita.

Diccionario de la lengua española, s. vv. belenismo e pesebrismo (dle.rae.es, schermata del 18-VIII-2026): belenismo, con la marca «Esp.»; pesebrismo, con una seconda accezione spregiativa, «Práctica del favor mediante el pesebre» — pratica del favore per mezzo della greppia—.

L’asimmetria che cambia l’impostazione

C’è qualcos’altro in quella tabella, ed è ciò che obbliga a ripensare l’intero capitolo.

Nel Diccionario de la lengua española, belenismo porta la marca «Esp.» — cioè Spagna— e pesebrismo non ne porta nessuna. Nel sistema di un dizionario panispanico quella marca non è un ornamento: segnala che l’uso della voce è circoscritto a un territorio all’interno del dominio della lingua. Senza marca significa che vale per tutto il dominio.

Detto senza giri di parole: nel dizionario della lingua spagnola, la voce provinciale è belenismo, e la voce senza frontiere è pesebrismo. È il contrario di ciò che l’intuizione peninsulare dà per scontato.

Le due voci del Diccionario de la lengua española, a confronto: belenismo porta la marca «Esp.»; pesebrismo, nessuna — e due accezioni—. Composizione propria sulle voci del DLE (dle.rae.es, consultazione del 17-VIII-2026; testo riverificato il 22-X-2026).

Le lingue che non hanno la parola

La mappa si completa da dove manca. La Real Academia Galega registra presebe, ma soltanto come mangiatoia del bestiame: il galiziano non ha una voce per la pratica in nessuna delle due radici.22 In basco, il dizionario Elhuyar non offre un equivalente né per belenismo né per pesebrismo, e rimanda pesebre a jaiotza, «nascita» — la stessa strada del «nacimiento» americano e della nativity inglese: nominare la scena per il fatto, non per la mangiatoia—. Una voce per la mangiatoia invece c’è: ganbela, che il dizionario di Euskaltzaindia definisce con aska — «recipiente a forma di cassa, quasi sempre di legno, in cui si mette il cibo agli animali»— ed esemplifica, proprio, con un bambino adagiato in una mangiatoia perché non aveva una culla. E quello stesso dizionario non registra alcun derivato che nomini la pratica: il basco si trova come il galiziano, con la radice della mangiatoia disponibile e senza una parola per il mestiere.23

Due lingue dello Stato spagnolo, dunque, sono nella stessa situazione del francese, dell’inglese e del tedesco: hanno una parola per l’oggetto e non ce l’hanno per il mestiere. La mancanza che di solito si descrive come una questione tra lingue europee — e che le sezioni seguenti documentano una per una— risulta essere anche una questione interna.


Le altre quattro lingue: francese, tedesco, italiano e inglese

Fuori dallo spagnolo e dal catalano, nessuna delle lingue di questo Manuale ha una voce consolidata per la pratica — con una sfumatura italiana che va misurata con calma, perché cambia la mappa—. Conviene vederlo lingua per lingua e con il dizionario davanti, e conviene dire perché lo si fa così: un’assenza si afferma peggio di una presenza. Chi dice «questa parola esiste» deve soltanto mostrarla; chi dice «non esiste» deve aver guardato, e deve dire dove ha guardato e quando. Per questo ciò che segue nomina in ogni caso l’opera consultata e la data della consultazione, che è più apparato di quanto si usi spendere per una negazione.

In francese non risulta un termine per la pratica. Verificato per questo Manuale su Le Petit Robert, e riverificato nell’agosto 2026 su Le Robert in linea: «crèche» nomina l’oggetto — «Représentation de cette étable, de la Nativité. Les personnages de la crèche (→ santon)», rappresentazione di quella stalla, della Natività; i personaggi del presepe— e nessuna voce nomina la pratica che lo produce.24

Dico en ligne Le Robert, s. v. crèche: la rappresentazione della Natività, come accezione dell’oggetto (dictionnaire.lerobert.com, schermata del 18-VIII-2026).

In tedesco, nemmeno. Verificato per questo Manuale sul Duden, e riverificato nell’agosto 2026: «Krippe» nomina l’oggetto — accezione 2: «bildliche Darstellung einer Szenerie aus der Weihnachtsgeschichte…», la rappresentazione figurata della scena natalizia—, e né «Krippe» né «Weihnachtskrippe» portano alcuna voce per la pratica.25 Il tedesco, questo sì, sfiora l’eccezione: il composto Krippenkunst — «arte del presepe»— circola nella letteratura specialistica almeno da quando Rudolf Berliner (1886-1967), lo storico dell’arte che volle fare della Krippe un genere artistico a sé, intitolò così la sua opera classica (Denkmäler der Krippenkunst, Augusta, 1926-1930);26 ma è una voce da specialisti: il Duden non la registra.

Duden, s. v. Krippe, accezione 2: la rappresentazione della scena di Natale con le sue figure (duden.de, schermata del 18-VIII-2026).

In italiano bisogna distinguere due parole. «Presepismo» circola senza il sostegno dei dizionari: verificato per questo Manuale sul Treccani e riverificato nell’agosto 2026 — la voce «presepe» descrive l’oggetto, la sua storia e i suoi centri di produzione, senza nominare alcuna pratica, e la ricerca di «presepismo» nel Vocabolario non restituisce alcuna voce—. Ma la lingua ha davvero la parola della pratica, formata per un’altra via: presepìstica, «sf. Arte di costruire e allestire presepi», registrata nel Grande dizionario della lingua italiana con esempi di stampa datati (La Repubblica-Roma, 9-X-1998: «mostra di presepistica napoletana del '700»; L'Eco di Bergamo, 28-IX-2005). Con essa, la sua famiglia: presepìstico — «che è proprio, che si riferisce ai presepi e al loro allestimento», documentato dal 1993— e presepista — «chi allestisce un presepio», e in particolare «artigiano esperto nella costruzione di presepi»—. Il Vocabolario Treccani non registra nessuna delle tre, verificato il 18 agosto 2026: la parola italiana vive nel dizionario storico e manca in quello d’uso corrente.27

Conviene misurarne la portata: presepistica nomina l’arte di costruire e allestire presepi, non quella di modellare o intagliare le figure, né quella di studiarli, collezionarli o pubblicare su di essi. Non è una ristrettezza italiana: anche il pessebrisme del DIEC dice «art de construir» — arte di costruire—. Le due voci spagnole sono le uniche che non delimitano l’operazione — «arte de los belenes», «arte de los pesebres o nacimientos», arte dei presepi—, e per questo abbracciano tutto ciò che con essi si fa.

Treccani, Enciclopedia on line, voci Presepe e Presepio (treccani.it, schermata del 18-VIII-2026).
Grande dizionario della lingua italiana (Battaglia), edizione digitale: le voci presepistica, presepistico e presepista.

In inglese la voce non esiste. Verificato per questo Manuale sul Merriam-Webster, e riverificato nell’agosto 2026: «nativity» è la nascita — «the birth of Jesus», la nascita di Gesù, nella sua accezione religiosa— e «nativity scene» nomina la scena rappresentata; per la pratica, nulla.28

Merriam-Webster, s. v. nativity (merriam-webster.com, schermata del 18-VIII-2026).

Queste consultazioni si ripeteranno periodicamente: anche i dizionari cambiano, come ha dimostrato «pesebrismo».


Il suffisso che nomina pratiche intere

In spagnolo il suffisso -ismo — dal latino -ismus, e questo dal greco -ismós— forma sostantivi che designano dottrine, movimenti e modi di fare con tratti propri. Interiorismo, paisajismo, escaparatismo, modelismo — l’architettura d’interni, l’arte del paesaggio, la vetrinistica, il modellismo—: in tutti i casi il suffisso segnala una pratica riconosciuta, con tradizione, metodo e obiettivi. «Belenismo» appartiene a quella famiglia: non nomina soltanto un passatempo, ma un fenomeno che coinvolge creazione artistica, trasmissione culturale, memoria ed esperienza vissuta. Nelle altre lingue il suffisso esiste — -isme, -ismus, -ismo, -ism— ma non si è cristallizzato in un termine analogo per questa pratica.

Lingua Termine specifico Suffisso disponibile Situazione
Spagnolo belenismo / pesebrismo -ismo Registrati nel DLE
Catalano pessebrisme -isme Registrato nel DIEC e nella GEC
Francese — -isme Nessun termine equivalente consolidato
Tedesco — -ismus Non applicato al presepe
Italiano presepistica / presepismo (uso non ufficiale) -istica / -ismo Presepistica nel GDLI, limitata a costruire e allestire; presepismo, senza voce
Inglese — -ism Non usato per questa tradizione

Quanto nomina ciascuna parola: il metro delle operazioni

Fin qui, dove esiste la parola. Manca ciò che più importa e che quasi mai si guarda: che cosa fa ciascuna di queste parole quando esiste. Perché una definizione non si limita a identificare; identificando, delimita. Dice di che cosa parla, e con ciò dice anche di che cosa non parla — anche se non lo dice—.

Passando per l’italiano se n’è già misurata una: presepistica è «arte di costruire e allestire presepi». Conviene ora mettere le altre accanto e passarle allo stesso metro. Il metro sono le operazioni che un presepe esige davvero, e non c’è bisogno di inventarle: sono state inventariate nel capitolo precedente, percorrendo la catena di persone che serve perché una scena esista — modellare e intagliare, riprodurre a stampo, policromare, vestire, comporre la scena, illuminarla, collezionare, studiare, pubblicare, esporre—. La domanda a ogni definizione è una sola: quale di queste operazioni nomina, e quali tace?

Voce e lingua Opera e definizione Quale operazione nomina Che cosa lascia fuori
belenismo (es) DLE: «Arte de los belenes o afición a ellos» Nessuna: nomina l’arte de los belenes, dei presepi, senza dire che cosa se ne fa Nulla per delimitazione — l’estensione resta aperta—
pesebrismo (es) DLE: «Arte de los pesebres o nacimientos, o afición a ellos» Nessuna, come la precedente Nulla per delimitazione
pessebrisme (ca) DIEC2: «Art de construir pessebres» Costruire Modellare, intagliare, riprodurre, dipingere, vestire, illuminare, collezionare, studiare, pubblicare, esporre
pessebrisme (ca) GEC: «Afecció i art de construir pessebres» Costruire — e la passione per la cosa— Le stesse
pesebrisme / pessebrisme (ca) DCVB: «Art de construir pesebres de Nadal» Costruire Le stesse
betlemisme (ca, val.) DNV: «Art de construir betlems» Costruire Le stesse
presepistica (it) GDLI: «Arte di costruire e allestire presepi» Costruire e allestire Modellare, intagliare, riprodurre, dipingere, vestire, collezionare, studiare, pubblicare
Krippenbau (de) Composto corrente, non voce della pratica nel Duden: «costruzione di presepi» Costruire Tutte le altre
the art of making nativity scenes (en) Perifrasi; non c’è una voce Fare Tutte le altre
l'art de la crèche (fr) Perifrasi; non c’è una voce Nessuna in particolare, ma nomina l’oggetto Tutte, perché non le nomina

Il risultato si legge in un colpo d’occhio: soltanto le due voci spagnole non delimitano l’operazione. Tutte le altre nominano la pratica per ciò che si fa con il presepe nel suo ultimo tratto — costruirlo, allestirlo, farlo— e lasciano fuori ciò che accade prima, che è dove sta l’autorialità: modellare e intagliare l’originale, riprodurlo, dipingerlo, vestirlo. E lasciano fuori anche ciò che accade dopo: collezionare, studiare, pubblicare, esporre. Uno scultore che modella figure originali non sta dentro «art de construir pessebres» — arte di costruire presepi—; un collezionista nemmeno; chi scrive un manuale come questo, ancora meno.

Conviene non ricavarne un rimprovero a nessuno, perché non c’è e perché più avanti, in questo stesso capitolo, si argomenta perché una definizione corta non è una definizione falsa. Ciò che c’è è un dato, e il dato è della lingua, non delle persone: le parole disponibili nominano il presepe per la sua costruzione.

La distorsione del vocabolario

Quel dato ha una conseguenza, ed è ciò che questo capitolo consegna al successivo. Se la parola disponibile nomina l’operazione del costruire, la definizione che si scriverà con quella parola definirà a partire dall’oggetto e dal suo assemblaggio, non da ciò che la pratica persegue. Il tedesco lo porta scritto nella parola stessa — Krippenbau, costruzione di presepi— e per questo serve da dimostrazione: chi definisce da lì non sta sbagliando, sta dicendo ciò che la sua parola gli lascia dire.

Di qui il fatto che le definizioni ereditate coincidano tanto tra loro, comprese quelle che non si copiano l’una dall’altra: quelle dei dizionari, che si aprono con «arte» e proseguono con «di costruire», e anche la definizione amministrativa del presepe su cui si regge la dichiarazione spagnola di patrimonio — quella che lo descrive attraverso le sue figure e la sua scenografia, e che il primo capitolo di questa serie ha già messo davanti al lettore e il capitolo del fascicolo esamina per intero—. Non coincidono perché si copiano: coincidono perché partono dallo stesso vocabolario, e il vocabolario guarda all’oggetto.

È questo ciò che il capitolo della definizione riceve come stabilito, e non come opinione: la definizione ereditata parte dall’oggetto perché il vocabolario ne parte. Una definizione a partire dallo scopo dovrà rompere quell’abitudine consapevolmente, e dovrà potersi dire nelle sei lingue senza appoggiarsi a nessuna di queste voci — nemmeno alle due che esistono—.


Ciò che una parola fa vedere

Importa davvero che manchi la parola? La linguistica ne ha discusso a lungo sotto il nome di relatività linguistica: nella versione forte — la lingua determina il pensiero— non trova sostegno nella ricerca sperimentale; nelle versioni deboli — la lingua orienta l’attenzione e facilita o rende più difficili certe distinzioni— sì, in parte.29 L’antropologia offre un concetto utile: l’ipocognizione, formulata da Robert Levy nel suo studio sui tahitiani (1973): la mancanza di un termine consolidato per un’esperienza reale lascia quell’esperienza peggio attrezzata per essere pensata, studiata e trasmessa.30 E per vedere che cosa significhi in pratica non c’è bisogno di cercare esempi in lingue altrui: lo stesso «belenismo» lo è. Ecco ciò di cui ogni lingua del Manuale ha bisogno oggi per dire quell’unica parola:31

Lingua Per dire «belenismo» ha bisogno oggi di
Inglese the art of making nativity scenes — la pratica può soltanto essere descritta
Francese l'art de la crèche (de Noël)
Tedesco die Kunst des Krippenbaus — o il composto Krippenkunst, la voce da specialisti che il Duden non registra
Italiano l'arte del presepe — o presepistica, che il GDLI registra e limita a costruire e allestire

E la prova definitiva è il titolo di questo Manuale. Senza una parola omologa, «Manual de Belenismo» non sta più in tre parole: Manual of the Art of the Nativity Scene, Manuel de l'art de la crèche — una frase dove c’era una parola—. Due lingue si avvicinano, e nessuna ci arriva per intero: il tedesco, con Handbuch der Krippenkunst — con la voce del titolo di Berliner, Denkmäler der Krippenkunst, che il suo stesso dizionario non registra—, e l’italiano, che potrebbe dire Manuale di presepistica con una voce che il suo dizionario storico registra, ma limita a costruire e allestire: un manuale che insegna anche a modellare, a comporre e a fare ricerca non starebbe più del tutto in quel titolo.


Perché ogni lingua ha risposto in modo diverso

Che alcune lingue abbiano la parola e altre no non è un caso distribuito in parti uguali: ogni lingua ha i suoi motivi, e conviene conoscerli, perché da essi dipende che cosa si può fare in ciascuna.

Lo spagnolo e il catalano hanno formato la loro parola sul nome locale dell’oggetto — belén, pesebre, pessebre— con il suffisso che entrambe le lingue usano per nominare pratiche consolidate (-ismo, -isme). E l’hanno formata tardi: la parola è circolata nell’uso molto prima di entrare nei dizionari — «belenismo» non era ancora nel dizionario accademico del 2001—. La parola non è nata con la pratica: è stata la pratica a esigerla, poco a poco.

L’italiano ha risolto il problema per una strada che non è quella del suffisso -ismo. La sua morfologia lo permetterebbe senza forzature, e «presepismo» di fatto circola; ma la parola che ha attecchito è un’altra: presepistica, con il suffisso -istica — quello di artistica, che nomina insieme una tecnica e la sua arte—. E non è sola: presepista per chi la pratica, presepistico per ciò che la riguarda, e arte presepiale in ambito napoletano. L’italiano ha dunque la parola da quasi trent’anni, secondo gli esempi datati del suo dizionario storico. Gli mancano due cose: figurare dove il parlante comune la cercherebbe — il vocabolario di consultazione corrente— e abbracciare la pratica intera, perché la sua definizione si ferma a costruire e allestire.

Il tedesco non ha bisogno di suffissi: compone. Krippenkunst — l’arte del presepe, in una sola parola— esiste da un secolo nella letteratura specialistica, da quando Rudolf Berliner intitolò così la sua opera classica. Il suo problema non è di formazione, ma di riconoscimento: il Duden ancora non la registra.

Il francese ha la strada più difficile: il suo suffisso -isme punta a dottrine e ideologie prima che a mestieri, e la parola di base gioca contro — crèche significa oggi, prima di tutto, un asilo nido—. Un ipotetico crèchisme nascerebbe confuso.

E l’inglese è il caso che inganna di più, perché la sua mancanza non è grammaticale. Strumenti per nominare mestieri ne ha d’avanzo: compone con il gerundio — woodworking, la lavorazione del legno; bookbinding, la legatoria— e ha un suffisso proprio dei mestieri, -ery — pottery, la ceramica; carpentry, la carpenteria; archery, il tiro con l’arco—. Potrebbe dire crib-making domani stesso. L’unica cosa che la sua morfologia gli sconsiglia è il suffisso -ism, che in inglese nomina dottrine e correnti — anche dentro l’arte: impressionism è un movimento di pittori, non un mestiere di bottega—, sicché un ipotetico cribism suonerebbe come un’ideologia. Ma questa è la spiegazione piccola. Quella grande è storica. Il presepe come arte popolare è cresciuto in terre cattoliche — Napoli, Provenza, la penisola iberica, la Baviera—, e l’Inghilterra ruppe con Roma nel XVI secolo; l’8 giugno 1647 il suo Parlamento arrivò ad abolire la festa stessa: «That the said Feast of the Nativity of Christ […] be no longer observed as Festivals or Holy-dayes within this Kingdome of England» — che la detta festa della Natività di Cristo non sia più osservata come festività in questo regno d’Inghilterra—.32 Dove la festa fu proibita, la pratica non mise radici popolari nei secoli in cui le altre lingue andavano fabbricando le loro parole; e dove non c’è pratica, nessuna lingua fabbrica la sua — è la stessa legge dell’ipocognizione che questo capitolo ha già mostrato, vista dall’altro lato—. Oggi anche il mondo anglofono compone i suoi presepi, ma li nomina con ciò che aveva a portata di mano, e le due parole dell’oggetto nominano a partire dalla mangiatoia: crib, la sua propria — inglese antico cribb, sorella del tedesco Krippe: mangiatoia da prima del XII secolo e, per estensione, la rappresentazione della Natività—, voce dei cattolici britannici e irlandesi; e crèche, presa dal francese — un’altra vecchia parola germanica della mangiatoia—, voce abituale in America.33 Ciò che l’inglese non ha mai fabbricato è la parola della pratica. E la sua abitudine con le arti di altri popoli è nota: adotta il nome nativo — così sono entrati flamenco, ikebana o origami—. A guardar bene, non è la lingua più chiusa delle sei: è la porta più aperta per un prestito.


La soluzione già inventata una volta: il latino della federazione

Questo problema non è nuovo, e la prova sta nel nome della casa comune. Quando, il 31 maggio 1952, sette associazioni di presepisti fondarono a Barcellona la federazione internazionale — oggi sono 21 organizzazioni—, ebbero bisogno di un nome che non privilegiasse nessuna lingua, e nessuna lingua moderna glielo dava. Lo risolsero in latino: Universalis Fœderatio Præsepistica.34 La radice non poteva essere migliore: praesepe è la parola del racconto stesso della Natività — «et reclinavit eum in praesepio», dice il vangelo di Luca nella Vulgata (2,7), e la mangiatoia ritorna come segno in 2,12 e 2,16—.35 Ma il derivato, praesepistica, non appartiene al latino classico: è una formazione moderna su quella radice antica — e non è una rarità isolata: l’italiano ha viva quella stessa formazione in presepistica—.36 Detto chiaramente: la federazione mondiale dell’arte e della pratica del presepe dovette costruirsi la sua parola, perché non esisteva. È esattamente la situazione che questo capitolo descrive — e il precedente della decisione che questo Manuale dovrà prendere—.


Una lingua, molti territori

Se la voce senza marca dello spagnolo è pesebrismo, la domanda successiva è obbligata: che cosa si dice dall’altra parte dell’Atlantico?

Il Diccionario de americanismos dell’Asociación de Academias registra pesebre soltanto all’interno di una locuzione.37 La conseguenza è controintuitiva e conviene enunciarla con cura: se il senso natalizio di pesebre non è registrato come americanismo, è perché non lo si considera proprio dell’America, ma generale del dominio. Non è che là si dica in un altro modo; è che si dice anche là.

Quanto alle dimensioni relative di ciascun territorio, il dato più recente dell’Instituto Cervantes stima in circa 520 milioni i parlanti nativi di spagnolo, dei quali la Spagna rappresenta all’incirca uno su dieci.38

Ciò che questo Manuale non farà è disegnare la ripartizione di belén, nacimiento e pesebre per paesi. Circola una mappa di quella ripartizione, la si ripete con sicurezza e non è provata. Fissarla richiederebbe un lavoro sui corpora — il CORPES XXI per paesi, il Diccionario del español de México del Colegio de México— che non è quello di questo capitolo; per questo la mappa resta fuori.

Da tutto questo discende una decisione editoriale che questo Manuale dichiara qui e sostiene nelle sei lingue:

Ci sarà una sola versione spagnola, con le varianti nominate al suo interno. Mai due versioni.

Non si tratta di scegliere uno spagnolo e tradurre gli altri, ma di scriverne uno solo che non costringa nessun lettore a sentirsi ospite. È la stessa regola che vale tra le sei lingue del Manuale, applicata verso l’interno di una di esse: nessun territorio è «noi».


Perché le definizioni restano corte — e perché non è un rimprovero

È facile, arrivati qui, fare il passo successivo e lamentarsi: che «arte de los belenes o afición a ellos» — arte dei presepi o passione per essi— è poco; che «art de construir pessebres» — arte di costruire presepi— non dice nulla della ricerca, né della scenografia, né della prospettiva; che le accademie liquidano in sei parole ciò che occupa un manuale.

Conviene non farlo. Quel passo è un errore di metodo, ed è per giunta ingiusto.

Una definizione di dizionario non descrive una pratica: la identifica. Dà il genere prossimo — arte— e quanto basta perché chi incontra la parola sappia di che cosa gli si parla. Non sviluppa, perché sviluppare non è il suo compito. Nessuno rimprovera al dizionario che la voce «architettura» non insegni a calcolare una copertura.

Conviene dunque distinguere due cose che la lamentela mescola: una è che una definizione sia corta, l’altra che sia falsa. Queste sono corte. E in ciò che dicono colgono l’essenziale: dicono «arte», che è esattamente ciò che era in discussione.

Ciò che manca non è una correzione, allora, ma uno sviluppo: che cosa concatena quell’arte quando la si pratica davvero. La ricerca che decide che cosa si rappresenta e con quale fondamento. La scultura che dà corpo ai personaggi, con autorialità e con criterio. La riproduzione e la policromia, che moltiplicano una figura senza tradire l’originale. L’abbigliamento, che si può documentare o inventare, e non è indifferente. La scenografia, che amministra lo spazio, la distanza e la luce perché una scena racconti. E la trasmissione, senza la quale tutto ciò che precede muore con chi lo sapeva.

Niente di tutto questo sta in una voce di dizionario, né deve starci. Sta in un manuale. Ed è esattamente il lavoro che comincia qui.


Perché la definizione non è qui

Questo capitolo finisce senza definire l’arte e la pratica del presepe, e non è prudenza né cortesia: è l’ordine del lavoro. Una definizione enunciata prima della ricerca non viene provata dopo — viene illustrata—, e di definizioni nate così la materia è piena. Quella di questo Manuale arriva nel capitolo successivo, come risultato; e arriva dopo la parola perché aveva bisogno di sapere due cose che si potevano accertare soltanto qui: in quali lingue esiste il nome, e quanto di questo mondo riesce a nominare.

Ciò che invece resta fatto, con quanto riunito fin qui, è il capitolato: che cosa dovrà rispettare quella definizione per essere giusta, con ogni condizione che nasce da qualcosa di provato e non da una preferenza. Conservare il genere prossimo «arte», che tre accademie concordi lasciano acquisito. Apportare la differenza specifica che a un dizionario non tocca dare. Abbracciare il mondo e non soltanto la produzione. Segnare il limite verso l’alto. Non legiferare sull’uso altrui. Non dipendere dalla fede del lettore. E potersi dire nelle sei lingue del Manuale senza nota di equivalenza. Il capitolato intero, condizione per condizione e con l’origine di ciascuna, si consegna al capitolo della definizione: lì lo si mette al lavoro, e lì si dice anche quale di queste condizioni non regge all’esame.


Il nome

Manca la decisione che questo capitolo è andato preparando fin dalla sua prima pagina, e la prepara senza prenderla, perché non è una decisione di metodo ma d’autore.

Il fascicolo mette sul tavolo sei cose.

Una. Nel dizionario della lingua spagnola, belenismo è la voce marcata come peninsulare e pesebrismo la voce senza marca. La parola che suona più naturale in Spagna è, nel sistema del dizionario, la più locale delle due.

Due. Le altre cinque lingue del Manuale nominano l’oggetto a partire dalla mangiatoia, non dalla città: pessebre, presepe, crèche, Krippe, e in inglese crib — sorella di Krippe— accanto al prestito crèche. Il latino della federazione internazionale, praesepe, va nella stessa direzione. Fuori dal Manuale, la strada della città compare anche in occitano, ma come voce di un luogo. Nel Tresor dóu Felibrige di Mistral, crècho — in limosino grèscho, sorella di crèche— è, senza marca, la «représentation de la nativité de Notre-Seigneur», e per la mangiatoia rimanda a grùpi; belèn nomina anch’essa la rappresentazione, ma con un’indicazione di luogo: «à Arles». Nel dizionario di riferimento del provenzale, la città è la voce locale e la mangiatoia quella generale.39

Tre. Il segno che l’evangelista dà è la mangiatoia, non la città. Nel racconto di Luca, ciò che identifica il neonato per i pastori è che è adagiato in una mangiatoia, e il dato si ripete tre volte in pochi versetti.40 La parola che nomina la pratica a partire da quella radice nomina, al tempo stesso, ciò che il testo indica come segno.

Quattro, ed è quella che apporta questo capitolo. In catalano, la voce della pratica nacque segnata da una città — «una barcelonería esquisida», una barcellonesità squisita, scriveva Carner nel 1907— e oggi è la voce normativa in due accademie, senza marca di territorio. Vale a dire: la voce catalana ha fatto un secolo fa il cammino che la voce spagnola ha ancora davanti. Nacque locale e divenne generale, non perché qualcuno lo decretasse, ma perché fu usata fuori dalla sua città finché la marca smise di avere senso.

Cinque. La morfologia non chiude la questione, e il rumore è distribuito con più simmetria di quanto sembri. Il suffisso -ismo su un nome di luogo produce a volte movimenti del territorio — catalanismo, andalucismo— e altre volte pratiche — alpinismo, andinismo—: decide l’uso, non la grammatica. E le due radici si portano dietro sensi estranei, documentati nello stesso dizionario. E c’è un quarto rumore che i dizionari non segnano e l’emeroteca sì: belenista nomina anche il nativo di Betlemme, e così lo si legge nella stampa del 1899 (si veda la sezione «La serie castigliana»). E nessuno di questi rumori è di oggi: nel 1864 un giornalista di Barcellona scherzava sul fatto che la società appena annunciata avesse evitato di chiamarsi «de belenes» nel caso l’autorità le aprisse un procedimento il giorno in cui ci fosse un belén (si veda la sezione «La serie castigliana»). La battuta esigeva che il lettore capisse le due accezioni insieme, e oggi sono ancora tutte e due nel dizionario. Belén porta, accanto alla natività, tre accezioni colloquiali di segno negativo — «sitio en que hay mucha confusión», «confusión o desorden», «complicación, dificultad, enredo: meterse en belenes», cioè luogo in cui c’è molta confusione, confusione o disordine, complicazione, difficoltà, groviglio: cacciarsi nei guai— e la locuzione in disuso «en Belén» per «en Babia», essere tra le nuvole.41 Pesebre porta la sua propria accezione spregiativa; e pesebrismo, la parola già formata, se ne porta dietro un’altra — quella del DLE, e il valore di prebenda che il DNV marca come sociologico—. Nessuna delle due case è pulita: il rumore di belén vive nella base; quello di pesebrismo, nella derivata.

Sei, ed è l’ultima cosa che questo capitolo mette sul tavolo. Quando in castigliano si dovette nominare per la prima volta chi fa questo, si scelse la radice della mangiatoia: pesebristas, nel 1864, e così per il resto del secolo, mentre la cosa continuava a chiamarsi belén. La voce belenista non compare nella stampa di Barcellona fino al XX secolo, ed è quella che oggi si usa. Il fascicolo di quel cambiamento —ciò che si sa, ciò che non si sa e da dove lo si può datare— è nella sezione «La serie castigliana». Ciò che qui importa è la conseguenza: la radice che l’uso ha finito per preferire non è quella che l’uso stesso aveva scelto per prima.

Ne restano in piedi due cose. La prima: la voce in -ismo, in una qualunque delle due radici, fa un lavoro che la voce dell’oggetto non può fare — disambiguare—. La voce di Wikipedia si intitola «Belenismo» e non «Belén», e basta provare il titolo contrario per vedere perché: «Belén» da solo è al tempo stesso la città, la scena, un nome di donna e un groviglio. La seconda, ed è l’unica che non ha rumore in nessun dizionario: la radice della mangiatoia nomina il segno di Luca. Questa motivazione non ha concorrenti.

Da tutto ciò che precede dovrebbe uscire una proposta: la parola internazionale della pratica. Questo Manuale non la dichiara ancora, e la ragione è di metodo: scegliere il nome di un ramo artistico non è questione di preferenza, ma di prova. Prima di decidere bisogna esaminare che cosa ha fatto ogni lingua — e ogni accademia— con le parole disponibili: quelle che nominano a partire dalla città, quelle che nominano a partire dalla nascita e quelle che nominano a partire dal segno del racconto stesso, la mangiatoia. Quell’esame è ciò che si è appena fatto, lingua per lingua e opera per opera, e qui resta riunito. La decisione, invece, non si prende qui: esce dal capitolo successivo, quello della definizione, ed esce da lì per una ragione che non è d’ordine ma di scrittura — la definizione di questo Manuale comincia nominando la pratica, e non può scrivere quella prima parola senza averla scelta—.

Ciò che invece resta dichiarato fin d’ora è il criterio con cui sono scritte le sei versioni di questo Manuale: dove una lingua ha già o lascia intravedere una parola propria, il Manuale la usa e la spiega — belenismo e pesebrismo in spagnolo, pessebrisme in catalano, Krippenkunst in tedesco, presepismo in italiano—; dove non ce l’ha, il Manuale nomina la pratica con chiarezza piuttosto che con un’etichetta. Nulla si impone: si esamina, si propone e si usa. Così si sono sempre fatte le parole.

Questo è ciò che c’è. Quale nome porti questo Manuale — e con esso, forse, la pratica che descrive— è una decisione che si prende con il fascicolo davanti e non prima.


Chiarezza, non gergo

Resta un ultimo sfasamento, e questo avviene dentro ogni lingua: quello delle parole del mestiere. Ha due facce, e conviene distinguerle. La prima è il gergo come parola d’ordine: il vocabolario tecnico usato senza spiegarlo mai, che non eleva la disciplina — alza una barriera—. La seconda è il contrario, e fa più danno perché non si nota: la parola approssimativa messa dove andava la parola del mestiere. E questa seconda arriva con un alibi: quando qualcuno la corregge, ci si difende sostenendo che «è il gergo del settore» — e così l’ignoranza tecnica resta mascherata da tradizione—.

Un esempio che il lettore sentirà mille volte: chiamare «creta» le figure di terracotta. La creta è argilla con ogni genere di impurità, e in scultura serve a una sola cosa: modellare l’originale — che non passerà mai dal forno—. Da quell’originale si ricava una forma persa in gesso, e la creta torna nel mastello per servire a un altro originale; poiché porta già con sé residui di gesso, se la si cuocesse, la figura semplicemente esploderebbe. Ciò che si cuoce è un altro materiale — argilla pulita o impasto ceramico—, e nel forno, a partire dai 900 °C, quell’argilla vetrifica: la sua struttura cambia e non torna più a essere ciò che era. Solo allora la figura merita il nome di terracotta. Accade come con i metalli: fusi il rame e lo stagno, nessuno continua a chiamare «rame» il risultato — è bronzo, e ha un nome proprio perché è un’altra cosa—. Chi dice «creta» dove dovrebbe dire «terracotta» non sta semplificando: sta cancellando il mestiere e la trasformazione che la parola porta dentro.

Nominare bene non è parlare difficile; è il contrario di entrambe le cose — né parola d’ordine né approssimazione—. Se vogliamo che il presepe sia compreso e apprezzato, abbiamo bisogno di precisione spiegata.


A che cosa serve tutto questo a ciascuno

Questo capitolo non è una disquisizione preliminare al lavoro: è lavoro. E non ha un solo destinatario, perché l’arte e la pratica del presepe non hanno un solo protagonista: sono una catena di ruoli, ciascuno con il suo mestiere e la sua intenzione. Chi modella o intaglia figure sta creando scultura, con autorialità, che ne sia consapevole o no. Chi le riproduce, chi le dipinge o le veste, chi costruisce la scenografia. Chi compra le figure e compone la sua scena in casa. Chi colleziona. Chi, dalle associazioni, organizza le mostre e i concorsi che portano i presepi in strada. E chi visita un presepe e si limita a guardare — anche lui è dentro: è per lui che si compone la scena—. Quella catena è percorsa per intero nel capitolo precedente, con ciò che la sociologia dell’arte permette di dirne, e ciascuno dei suoi ruoli ha poi il suo esame proprio in «Chi è chi nel presepe»: qui si ricapitola e si rimanda, non si sviluppa. E uno dei suoi pezzi ha la sua sede nel blocco della composizione: che chi dispone le figure sul muschio sta già componendo — decorare è già creare, perché sta già decidendo—, con la prova domestica che lì si argomenta. Tutti stanno dentro l’arte e la pratica del presepe, e nessuno è «il» presepista per antonomasia. E tutti, ciascuno a suo modo, fanno la stessa cosa: un omaggio alla nascita di Gesù — nulla intorno a quel fatto è neutro: perfino la tavola della vigilia di Natale si apparecchia diversa da tutte le cene dell’anno—.

Per questo la parola importa a tutti, ma a ciascuno in modo diverso. A chi modella, la parola decide l’autorialità: che lo chiamino artista o artigiano. A chi compone, lo statuto di ciò che compone: arte o ornamento. A chi colloca le sue figure in casa, spetta riconoscere la dignità di ciò che ha tra le mani: una disciplina artistica con una storia, oppure un ornamento che abbellisce la stagione per semplice abitudine. Il presepe non è umile per natura; lo rendiamo umile quando lo trattiamo come una routine. E alla pratica intera la parola decide il riconoscimento culturale: una parola sbagliata non danneggia uno solo — danneggia ogni anello della catena, ciascuno per conto suo—.

La parola non è un ornamento della pratica: lavora in essa, come un attrezzo in più. Chi sa nominare ciò che fa, lo fa meglio — e sa spiegarlo e difenderlo davanti a chi ne dubita—.


Domande aperte

Restano domande che questo capitolo lascia impostate, di proposito. Se milioni di persone riconoscono un presepe all’istante, perché non riconoscono il nome di chi ha elevato quella scena a forma d’arte? Se lo spagnolo e il catalano hanno sviluppato una parola con una densità propria, non è ora che le altre lingue la esaminino? Non è paradossale che una tradizione così diffusa manchi di un nome comune fuori da due lingue? E se il primo passo perché il presepe riceva il riconoscimento culturale che la sua pratica già ha fosse proprio dargli un nome dove ancora non ce l’ha?

La Torre di Babele (1563), Pieter Bruegel il Vecchio. Kunsthistorisches Museum, Vienna (riproduzione: Wikimedia Commons, pubblico dominio).

La Torre di Babele racconta il progetto rimasto incompiuto quando i suoi costruttori smisero di capirsi: la confusione delle lingue non fu soltanto un castigo — fu la divisione che impedì di portare a termine ciò che era cominciato—. Il presepe ne è l’immagine rovesciata. A Babele gli uomini costruiscono verso il cielo e perdono la lingua comune; nel presepe il cielo scende in una mangiatoia, e la scena si capisce in tutte le lingue insieme — milioni di persone la riconoscono all’istante, senza traduzione—. L’opera condivisa che a Babele restò a metà, qui si termina ogni anno, in migliaia di case e di piazze. All’insieme manca soltanto una cosa: il nome comune. Senza di esso, la pratica resta spezzata in descrizioni che non si riconoscono tra loro. Ciò che questo capitolo consegna al successivo è il nome misurato: in quali lingue esiste, quanto di questo mondo riesce a nominare, e perché la definizione ereditata guarda all’oggetto. Con questo in mano, il capitolo successivo definisce.

Nominare bene è cominciare a comprendere.


Riferimenti

Le note a piè di pagina localizzano la fonte e dicono come e quando è stata consultata; ciò che pesa su quanto il lettore deve credere sta nel testo. La numerazione è nuova: con la fusione dei due capitoli, le note sono state riordinate secondo la loro prima comparsa. Le traduzioni dal cinese, dal greco, dal latino, dallo spagnolo, dal catalano, dal francese, dal tedesco e dall’inglese sono proprie.



  1. Confucio, Dialoghi XIII,3. Verificato sulla traduzione di James Legge (1893). ↩

  2. Confucio, Dialoghi XII,11 — risposta al duca Ching di Ch'i; Legge (1893): «There is government, when the prince is prince, and the minister is minister; when the father is father, and the son is son»—. Verificato il 16-VIII-2026 (monadnock.net/confucius/analects-12.html). ↩

  3. Platone, Cratilo 383a. Testo greco dell’edizione di John Burnet (Platonis Opera, Oxford University Press, 1903), verificato il 22-X-2026 nella sua edizione digitale di Perseus (perseus.tufts.edu, Cratylus, page 383). Traduzione propria. ↩

  4. Annuarium Statisticum Ecclesiae, dati del 2024 (pubblicato con l’Annuario Pontificio 2026); dati diffusi da Vatican News, preparati dall’Ufficio Centrale di Statistica della Chiesa, che è quello che elabora l’annuario (28-III-2026, vaticannews.va/en/vatican-city/news/2026-03/new-data-from-annuario-pontificio-2026-shows-catholics-growing.html, consultato il 22-X-2026): nel 2024 la popolazione cattolica era «just over 1.422 billion», e la proporzione di battezzati nel mondo si manteneva «at approximately 17.8%». ↩

  5. Lo Esquirol: semmanari literari, crítich y festiu, any 1, núm. 7 (19-VII-1868), p. 1. Barcellona, carrer del Pi, 5. Còpia digital: ARCA — Arxiu de Revistes Catalanes Antigues, Biblioteca de Catalunya. Domini públic. Individuazione fatta per questo Manuale, con schermata nel suo archivio. Non è la testimonianza più antica della voce in ARCA: la ricerca di «pessebre» (8.910 risultati, di cui il portale mostra solo 2.000; consultata anno per anno il 22-X-2026) restituisce già nel 1865 pagine di Un tros de paper (la prima, núm. 21, 8-X-1865, p. [4]), e nel 1868 La Pubilla, núm. 31 (5-I-1868), p. [4]; nessun risultato dal 1861 al 1864. ↩

  6. Josep Carner (Barcellona, 9-II-1884 – Bruxelles, 4-VI-1970): Gran Enciclopèdia Catalana, s. v. «Josep Carner i Puig-Oriol» (enciclopedia.cat, consultata il 22-X-2026). La stessa voce registra la sua adesione alla Lliga Regionalista e la sua collaborazione, dal dicembre 1902, a La Veu de Catalunya, «l'òrgan d'aquell partit». ↩

  7. Carner, Josep [firma «Joseph Carner»], «El Nostre Naixement», La Veu de Catalunya, any 17, núm. 3122, ed. del vespre (31-XII-1907), p. 3, col. 7. Còpia digital: ARCA, Biblioteca de Catalunya. Domini públic. Testo letterale stabilito sul facsimile a 300 ppi il 17-VIII-2026; il riconoscimento ottico dell’archivio contiene otto letture errate, corrette sull’immagine. ↩

  8. Associació de Pessebristes de Barcelona, «Història de l'Associació de Pessebristes de Barcelona» (pessebristesdebarcelona.cat/historia-de-lassociacio-de-pessebristes-de-barcelona/, consultazione del 20-VIII-2026, riverificata il 22-X-2026). Il suo emblema dichiara «fundada l'any 1863». Le tre notizie del Diario de Barcelona —9 febbraio 1862, 17 novembre 1863 e 9 gennaio 1864— e gli statuti del 15 marzo 1863 si citano attraverso quella storia, che li trascrive. Gli esemplari del giornale di quegli anni non sono nell’emeroteca digitale dell’Arxiu Històric de la Ciutat de Barcelona, che offre il Diario de Barcelona dal 1885; le date si danno, pertanto, come le dà l’associazione. Gli statuti che trascrive sono in catalano. ↩

  9. El Lloyd español, 10-I-1864, p. 2. Esemplare della Hemeroteca Digital della Biblioteca Nacional de España, verificato sul facsimile il 22-X-2026. ↩

  10. La Ley, Madrid, 30-XII-1867, p. 3. Stessa fonte e stessa data di consultazione. Il testo si presenta come citazione di «un colega de Barcelona», non identificato nella notizia. ↩

  11. Crónica de Cataluña, edizione del pomeriggio, 9-I-1877, p. 2. Esemplare in ARCA (Biblioteca de Catalunya), verificato sul facsimile il 22-X-2026; la fine di alcune righe finisce nella piega della legatura. ↩

  12. La Vanguardia, 16-I-1934, p. 23. Stessa fonte. Testimonianza più antica individuata di pesebrismo, non necessariamente la più antica esistente: la ricerca restituisce 1.370 risultati non depurati, e il motore di ricerca di quell’emeroteca ammette corrispondenze approssimative — restituisce helenismo quando si chiede di belenismo—, sicché nessun conteggio e nessuna prima data valgono finché non si apre ogni esemplare. Esemplare protetto dal diritto d’autore: consultabile nelle sedi della BNE, citabile ma non riproducibile. ↩

  13. Conteggi fatti per questo Manuale il 20-VIII-2026 nell’emeroteca digitale dell’Arxiu Històric de la Ciutat de Barcelona (ahcbdigital.bcn.cat), ricerca semplice sull’insieme del fondo, con schermata di ogni interrogazione: pesebristas, 962 esemplari (1801-1900: 1; 1901-1935: 389; 1936-1975: 566; dopo il 1975: 6); belenistas, 68 esemplari; belenista, 23 esemplari, nessuno anteriore al 1901. Sono conteggi d’indice, non depurati esemplare per esemplare, e le fasce che offre quell’archivio sono ampie: la distribuzione interna del tratto 1936-1975 non vi si può leggere, e per questo qui non si afferma nulla sulla sostituzione di una voce con l’altra. ↩ ↩

  14. El Correo de Zamora, 7, 8, 9 e 10 marzo 1899, p. 3, consultato nella Hemeroteca Digital della Biblioteca Nacional de España il 20-VIII-2026. Falsi positivi per riconoscimento ottico di helenista: Semanario pintoresco español, 5-IX-1847, p. 5; La Tertulia (Santander), 15-VI-1877, p. 7; Revista de Cuba, 1880, p. 183; El Liberal, 22-VII-1917, p. 3. ↩

  15. Federación Española de Belenistas, «Historia de la FEB» (anunciata.es/quienes-somos/historia/, consultazione del 20-VIII-2026, riverificata il 22-X-2026): contatto iniziale dell’associazione di Madrid all’inizio del 1963, riunione organizzativa il 6 aprile, nota di approvazione del Director General de Política Interior del Ministerio de la Gobernación il 29 aprile (timbro della Jefatura Superior de Policía, 7 maggio) e assemblea fondativa sabato 29 giugno 1963, con cinque associazioni — Madrid, Pamplona, Valladolid, Lugo e Zafra—. L’ente si chiamò in principio Federación Española Belenista e adottò il nome attuale quando fu rifondato il 13 maggio 1972 (anunciata.es/quienes-somos/). Il suo primo regolamento, firmato il 6 aprile 1963 e pubblicato integralmente dalla federazione, dice all’art. 2.º a): «Aunar los esfuerzos de cada asociación, para que de esa unión surjan más y mejores iniciativas encaminadas a que el belenismo o pesebrismo adquiera mayor auge y robustez en España». La cifra di circa ottanta associazioni federate è attuale, non del 1963. L’ipotesi che la denominazione della federazione abbia fissato la voce belenista è di questo Manuale (Dedotto dal contesto); metterla alla prova richiede una curva d’uso per anni, anteriore e posteriore al 1963, in un corpus che arrivi fino a oggi — l’emeroteca usata qui non ci arriva—. ↩ ↩

  16. Ley de Asociaciones del 30 giugno 1887, pubblicata nella Gaceta de Madrid, año CCXXVI, núm. 193, martedì 12 luglio 1887, tomo III, pp. 105-106; artt. 4.º, 7.º e 8.º. Esemplare consultato. Nell’aprile 1963 era ancora in vigore, completata dal Decreto del 25 gennaio 1941 sull’esercizio del diritto di associazione: entrambi furono abrogati dalla Ley 191/1964, del 24 dicembre, de Asociaciones (BOE, 28-XII-1964, pp. 17334-17336, disposizione finale prima). Il primo regolamento della federazione fu redatto «al amparo» di quelle due norme, secondo la stessa federazione (anunciata.es/quienes-somos/historia/). ↩

  17. ARCA, ricerca a testo pieno, s. v. «pessebrisme», con risultati per periodo. Conteggio fatto per questo Manuale il 17-VIII-2026, con schermata nel suo archivio: 115 pagine in 26 periodi. ↩

  18. Dalmau i Corominas, Jordi, El pessebrisme, Quaderns de la Revista de Girona 39, Diputació de Girona i Caixa de Girona, Girona, 1992, p. 7 (cronologia). Esemplare verificato il 17-VIII-2026. ↩

  19. Diccionario de la lengua española, s. vv. «belenismo» e «pesebrismo» (dle.rae.es, consultazione del 15-VIII-2026); DIEC2, s. v. «pessebrisme» (dlc.iec.cat); Diccionari normatiu valencià, s. vv. «pessebrisme» e «betlemisme» (avl.gva.es); Gran Enciclopèdia Catalana, s. v. «pessebrisme» (enciclopedia.cat, consultazione del 15-VIII-2026); Diccionari català-valencià-balear, s. v. «pessebrisme» (dcvb.iec.cat). Schermate nell’archivio del Manuale. ↩

  20. Diccionario de la lengua española, s. v. «belenismo» (dle.rae.es, consultato il 15-VIII-2026). La 22ª edizione (2001), nella consultazione in linea che mantiene la RAE (rae.es/drae2001/belenismo, 22-X-2026): «La palabra belenismo no está en el Diccionario». Che sia entrata su sua richiesta nella 23ª edizione, presentata il 17 ottobre 2014, lo afferma la Federación Española de Belenistas (anunciata.es/quienes-somos/, 22-X-2026). ↩

  21. Diccionario de la lengua española, s. v. «pesebrismo» (dle.rae.es, consultato il 15-VIII-2026). La 22ª edizione (2001) non la registra: «La palabra pesebrismo no está en el Diccionario» (rae.es/drae2001/pesebrismo, 22-X-2026). ↩

  22. Dicionario da Real Academia Galega, s. v. «presebe» (academia.gal). ↩

  23. Elhuyar hiztegia, voci «belenismo», «pesebrismo» e «pesebre» (elhuyar.eus). Euskaltzaindiaren Hiztegia (euskaltzaindia.eus, consultato il 22-X-2026), s. vv. «ganbela» («iz. Aska», con l’esempio «Sehaskarik ez zuelako, ganbela batean ipini zuen haurra»), «aska» («Abereei janaria jartzen zaien kutxa moduko ontzia, gehienetan zurezkoa») e «jaiotza» (acc. 2, «Jesu Kristoren jaiotzaren irudikatzea…»); le ricerche «belen» e «belenzale» non restituiscono alcuna voce. ↩

  24. Le Petit Robert / Le Robert, s. v. «crèche» (dictionnaire.lerobert.com/definition/creche). Prima consultazione fatta per questo Manuale, con schermata nel suo archivio; riverificata il 15-VIII-2026. ↩

  25. Duden, s. v. «Krippe» (duden.de/rechtschreibung/Krippe) e ricerca «Weihnachtskrippe» (duden.de/suchen). Prima consultazione fatta per questo Manuale, con schermate nel suo archivio; riverificata il 15-VIII-2026. ↩

  26. Berliner, R. Denkmäler der Krippenkunst. Augusta: B. Filser. Pubblicata a fascicoli nel 1926-1930, secondo il catalogo della Deutsche Nationalbibliothek (d-nb.info/579181987: «Erscheinungsdatum: 1926-1930»; «Lfg 1-20/21»; consultato il 22-X-2026). Esemplare digitalizzato su Internet Archive (archive.org/details/denkmlerderkri00berl); il suo frontespizio — «168 Kunstdrucktafeln», «Dr. Benno Filser Verlag, G.m.b.H., Augsburg»— non reca data. ↩

  27. Treccani, voce «presepe» (treccani.it/enciclopedia/presepe) e Vocabolario in linea: la ricerca di «presepismo», e anche quelle di «presepistica», «presepistico» e «presepista», non restituiscono alcuna voce (riverificato il 15-VIII-2026 e il 18-VIII-2026). Grande dizionario della lingua italiana (Battaglia; UTET Grandi Opere – Accademia della Crusca), consultato nella sua edizione digitale (gdli.it/Ricerca/Pagina?q=presepe, 18-VIII-2026): la ricerca restituisce tre pagine — vol. XIV, p. 235 (da PRESENZIALE a PRESEPE); Supplemento 2004, p. 656 (da PREPARATORY SCHOOL a PRESOCIALE); Supplemento 2009, p. 661 (da PREREGÌA a PRESIDENTICIDA)—. Le voci presepe e presepio, con la loro etimologia («voce dotta, lat. praesaepe, propr. 'recinto chiuso', comp. da prae 'davanti' e dal tema di saepire 'circondare [con una siepe]'»), sono nel corpo del vol. XIV (pp. 235-236). Le voci presepistica, presepistico, presepista e l’accezione «presepio animato» sono nel Supplemento 2009, p. 661 (immagine della pagina in gdli.it/JPG/GDLI24/GDLI_Supplemento_2009_Pagina_661.jpg, consultata il 22-X-2026). Vi si registrano anche presepiale e presepiario, entrambe marcate «Letter.» ed esemplificate con Manganelli: nominano ciò che è relativo al presepe, non la pratica, e per questo restano fuori da questo capitolo (materia del lessico). L’accezione «presepio animato» è preceduta dalla marca «NA», che l’edizione digitale non spiega. ↩

  28. Merriam-Webster, s. v. «nativity» (merriam-webster.com/dictionary/nativity). Prima consultazione fatta per questo Manuale, con schermata nel suo archivio; riverificata il 15-VIII-2026. ↩

  29. Wolff, Phillip, e Holmes, Kevin J., «Linguistic relativity», WIREs Cognitive Science, doi:10.1002/wcs.104 (consultato il 22-X-2026 nella copia dell’articolo su sites.socsci.uci.edu). Rassegna della ricerca sperimentale: non trova sostegno per l’idea che la lingua determini le categorie fondamentali del pensiero, e lo trova invece per quella che può rendere difficili da evitare alcune distinzioni e ampliare certi tipi di pensiero. ↩

  30. Levy, R. I. (1973). Tahitians: Mind and Experience in the Society Islands. Chicago: University of Chicago Press, pp. 324 e 342 (indice del libro, s. v. «Hypocognition»). Levy distingue sentimenti «hypercognated» e «hypocognated», questi ultimi «controlled by cultural invisibility or at least by difficulty of access to communication». Esemplare digitalizzato su Internet Archive (archive.org/details/tahitiansmindexp0000levy), ricerca nel testo del 22-X-2026. ↩

  31. Equivalenze descrittive: traduzione di lavoro del Manuale. Le assenze di una voce lessicalizzata in ciascuna lingua, verificate sui dizionari citati nella ricognizione di questo stesso capitolo. ↩

  32. «An Ordinance for Abolishing of Festivals», Parlamento d’Inghilterra, 8-VI-1647, in Acts and Ordinances of the Interregnum, 1642-1660 (British History Online, british-history.ac.uk/no-series/acts-ordinances-interregnum/p954; verificato il 16-VIII-2026). ↩

  33. Merriam-Webster, s. vv. «crèche» — accezione 1: «a representation of the Nativity scene»; dal francese antico creche, ‘mangiatoia’, di origine germanica— e «crib» — accezione 1: «a manger for feeding animals», attestata prima del XII secolo; accezione «a crèche»; dall’inglese antico cribb, imparentato con l’antico alto tedesco krippa— (merriam-webster.com; consultazioni del 16-VIII-2026). ↩

  34. Universalis Fœderatio Præsepistica (unfoeprae.org, consultato il 15-VIII-2026): «La Un.Foe.Prae (Universalis Foederatio Praesepistica) se fundó en Barcelona el 31 de mayo de 1952», con «la reunión de siete asociaciones belenistas»; «Hoy cuenta con 21 organizaciones». ↩

  35. Nova Vulgata, Lc 2,7 («et pannis eum involvit et reclinavit eum in praesepio»), 2,12 e 2,16 (vatican.va, verificato il 15-VIII-2026). ↩

  36. Sulla formazione moderna di praesepistica: Lewis, C. T., e Short, C., A Latin Dictionary (Oxford, Clarendon Press, 1879), nell’edizione digitale di Perseus (consultata il 22-X-2026), registra praesepe («praesēpe, praesēpio, etc., v. praesaep-») e nessuna voce praesepistic-; la ricerca di «praesepistica» nel dizionario non restituisce risultati. ↩

  37. Diccionario de americanismos, Asociación de Academias de la Lengua Española, s. v. «pesebre» (asale.org). ↩

  38. Instituto Cervantes, El español en el mundo, dati del 2025. ↩

  39. Mistral, Frédéric, Lou Tresor dóu Felibrige, t. I, esemplare digitalizzato su Internet Archive (archive.org/details/loutrsordufelibr01mist, consultato il 22-X-2026): s. v. «crècho», p. 667 («Crèche, représentation de la nativité de Notre-Seigneur […]; pour mangeoire, v. grùpi»); s. v. «belèn», p. 259 («représentation de la nativité de Notre-Seigneur Jésus-Christ, crèche, à Arles»). La pista iniziale proveniva dalla Wikipedia occitana (s. v. «Betlèm», schermata di Emili, 17-VIII-2026), che rimandava a quest’opera; il dizionario dice altro rispetto alla pista. ↩

  40. Lc 2,7.12.16, verificato nella Nova Vulgata (vatican.va). ↩

  41. Diccionario de la lengua española, s. v. «belén» (dle.rae.es, consultazione del 17-VIII-2026, schermata nell’archivio del Manuale): accezione 1, presepe; accezioni 2-4, colloquiali («sitio en que hay mucha confusión», «confusión o desorden», «complicación, dificultad, enredo. U. m. en pl. Meterse en belenes»); accezione 5, Méx., balsamina; locuzione «en Belén», coloq. desus., «en Babia». Per «pesebre», accezione spregiativa: stessa opera, s. v. «pesebre» (consultazione del 16-VIII-2026). Per il valore sociologico di «pessebrisme»: DNV, s. v. (schermata del 15/16-VIII-2026). ↩