Quando comincia: «Rendere presente il ricordo con gli occhi del corpo»

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Tutti sanno che il presepe cominciò con Francesco d’Assisi, a Greccio, la notte di Natale del 1223. Lo sanno le associazioni, che lo hanno come patrono; lo sa il fascicolo spagnolo del patrimonio, che lo indica come origine; lo sa chiunque abbia letto due righe sull’argomento. È una delle poche cose di questo mestiere su cui nessuno dissente.

Eppure quasi nessuno si è posto la domanda successiva, che è l’unica che conta: a che scopo lo fece. Non che cosa vi mise — anche questo lo si sa male, e lo si vedrà—, ma che cosa sperava che accadesse in chi lo avrebbe visto. Perché se quella notte è l’origine di ciò che si fa oggi, ciò che Francesco volle ottenere è ciò che oggi si continua a tentare, che lo si sappia o no. E se non lo si sa, si eredita una forma senza il suo motivo.

Questo capitolo leggerà i due testi che raccontano ciò che accadde a Greccio, scritti da persone che conobbero Francesco o che conobbero chi lo aveva conosciuto, e vi cercherà una cosa sola: che cosa si volle e che cosa accadde. Non definisce la parola «belenismo», il nome che lo spagnolo dà all’arte e alla pratica del presepe — questo arriva più avanti in questa serie—, né esamina il fascicolo che oggi la definisce per legge — quello ha il suo capitolo—. Si ferma prima, nel momento in cui non ci sono ancora né parola né figura né decreto, e c’è soltanto un uomo che chiede che gli preparino una mangiatoia con il fieno e due animali, e dice perché.


Ciò che ci fu a Greccio, e ciò che non ci fu

L’edizione su cui è stato verificato il latino di questo capitolo, condotta «ad fidem mss.» sul codice di Ripoll: S. Francisci Assisiensis vita et miracula…, ed. Eduardo d’Alençon, Roma, Desclée, 1906. Frontespizio dell’esemplare digitalizzato in Internet Archive; pubblico dominio.

Celano apre il capitolo dicendo che cosa occupava Francesco in quegli anni, e conviene cominciare da lì, perché spiega tutto ciò che segue. La sua intenzione suprema era «osservare il santo Vangelo in tutto e per tutto» e seguire le orme di Cristo «con tutto il desiderio della mente, con tutto il fervore del cuore» — toto desiderio mentis, toto cordis fervore—; e di tutto il Vangelo, due cose «occupavano a tal punto la sua memoria che a stento voleva pensare ad altro»: «l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione» — incarnationis humilitas et charitas passionis—.2 Greccio non è una trovata devota di una notte di Natale: è una di quelle due cose messa in opera.

Circa quindici giorni prima di Natale, Francesco chiama un uomo di quella terra, Giovanni, «di buona fama ma di vita migliore», e gli dice ciò che vuole. Quella frase la si legge con calma nella sezione successiva. Ora conta ciò che Giovanni preparò, perché di questo Celano dà un elenco, ed è breve:

Et quidem praeparatur praesepium, apportatur foenum, bos et asinus adducuntur.3

E si prepara la mangiatoia, si porta il fieno, si conducono il bue e l’asino.

Una mangiatoia, fieno, un bue e un asino vivi. E sopra la mangiatoia, la messa: «si celebrano le solennità della messa sopra la mangiatoia» — celebrantur missarum solemnia supra praesepe—.4 La parola latina, «praesepe», da cui l’italiano ha tratto «presepe», qui vuol dire ancora soltanto la mangiatoia. Francesco, che era diacono e non sacerdote, si riveste dei paramenti del suo ordine e «canta con voce sonora il santo Vangelo», e poi predica al popolo «sulla nascita del Re povero».5 Questo è tutto ciò che il testo dice che ci fu.

E ora ciò che non dice, che è il punto decisivo. Non c’è Maria. Non c’è Giuseppe. Non ci sono pastori. Non c’è nessuno che faccia la parte di nessuno. Non c’è alcuna immagine del Bambino. Nessuno recita un ruolo; nessuno ha modellato una figura. Ciò che c’è sono le condizioni materiali della Natività — la mangiatoia, il fieno, i due animali— e, dentro di esse, la liturgia della notte di Natale, cantata e predicata. Greccio non è un presepe vivente nel senso in cui oggi si usa l’espressione, perché non ci sono personaggi; e non è un presepe di figure, perché non ci sono figure. È una messa celebrata sopra una mangiatoia preparata apposta perché il mistero che si celebra lo si abbia davanti.

Questo non lo dice soltanto il Manuale. Lo dice, a chiare lettere, il documento che oggi in Spagna definisce per legge l’arte e la pratica del presepe.

A pagina 9, la relazione descrive così l’origine: nel 1223, a Greccio, Francesco «realizó en la misa de Nochebuena un drama paralitúrgico, en el que se escenificó de manera real el ambiente del nacimiento de Jesús» — realizzò nella messa della notte di Natale un dramma paraliturgico, in cui si mise in scena in modo reale l’ambiente della nascita di Gesù—. E aggiunge, perché non resti alcun dubbio: «Conviene hacer notar que la presencia del Niño Jesús en el pesebre de Greccio no se corresponde, ni debe identificarse, con una imagen escultórica, como equivocadamente se piensa y viene repitiéndose. Y, aún mucho menos, que San Francisco montó un belén con figuras» — conviene far notare che la presenza del Bambino Gesù nella mangiatoia di Greccio non corrisponde, né deve essere identificata, a un’immagine scultorea, come erroneamente si pensa e si continua a ripetere. E, ancor meno, che san Francesco allestì un presepe con figure—.6

Il lettore tenga a mente quella frase, perché nella stessa pagina, poche righe prima, la stessa relazione ha definito che cos’è un presepe: «una representación tridimensional y escenográfica del nacimiento de Cristo, realizada con figuras móviles, en un escenario fijo, que se arma para el tiempo de Navidad» — una rappresentazione tridimensionale e scenografica della nascita di Cristo, realizzata con figure mobili, in una scena fissa, che si allestisce per il tempo di Natale—; e conclude: «Se trata, por lo general, de construcciones efímeras y estacionales» — si tratta, in generale, di costruzioni effimere e stagionali—.6 Non serve aggiungere nulla. Il documento definisce il presepe per le sue figure, ne pone l’origine a Greccio e dichiara che a Greccio non ci furono figure. Le tre cose, in una sola pagina. Questo capitolo non discuterà con la relazione — per questo c’è il suo capitolo—; farà soltanto ciò che la relazione non ha fatto: chiedersi, poiché all’origine non c’erano figure, che cosa ci fosse. E ciò che c’era, secondo l’unico testimone, era un proposito.


Ciò che Francesco disse di volere

Celano mette in bocca a Francesco, quando chiama Giovanni, una sola frase di motivo. È l’unica del testo in cui Francesco stesso dice a che scopo fa ciò che fa, ed è questa:

Volo enim illius pueri memoriam agere, qui in Bethleem natus est, et infantilium necessitatum eius incommoda, quomodo in praesepio reclinatus et quomodo, adstante bove atque asino, supra foenum positus exstitit, utcumque corporeis oculis pervidere.7

Voglio infatti celebrare la memoria di quel Bambino che nacque a Betlemme, e vedere in qualche modo, fino in fondo e con gli occhi del corpo, i disagi delle sue necessità di bambino: come fu adagiato in una mangiatoia e come, con il bue e l’asino accanto, fu posto sul fieno.

La traduzione che la relazione dell’IPCE riproduce, quella della BAC, dice: «Para hacer memoria con mayor naturalidad de aquel divino Niño y de las incomodidades que sufrió al ser reclinado en un pesebre y puesto sobre húmeda paja junto a un buey y un asno, quisiera hacerme de ello cargo de una manera palpable y como si lo presenciara con mis propios ojos» — per fare memoria con maggiore naturalezza di quel divino Bambino e dei disagi che patì quando fu adagiato in una mangiatoia e posto su paglia umida accanto a un bue e a un asino, vorrei rendermene conto in modo palpabile e come se vi assistessi con i miei propri occhi—.6 È una bella traduzione ed è più lunga del latino: «palpable», palpabile, non è nel testo, né «húmeda», umida, né «divino». Si traducono qui di nuovo le tre parole da cui dipende il capitolo, perché nella versione che circola restano sfocate.

La prima è memoriam agere. Non è «ricordare» né «rammentarsi». Agere è il verbo con cui il latino della Chiesa dice celebrare — agere festum, celebrare una festa; agere gratias, rendere grazie—. Francesco non vuole ricordarsi del Bambino: vuole celebrarne la memoria come si celebra un rito, mettendola in opera. Il capitolo successivo di questa serie mostra che lo spagnolo conserva quella stessa locuzione, parola per parola, in un’accezione del dizionario.

La seconda è incommoda. I disagi, le pene, le strettezze. Ciò che Francesco vuole avere davanti non è una scena tenera: sono le infantilium necessitatum incommoda, i disagi delle necessità di un neonato, e le enumera — una mangiatoia per culla, il fieno per letto, due animali per compagnia—. Il tema di Greccio è la povertà in cui nacque quel Bambino, che è, come Celano ha appena detto poco prima, il tema che occupava la memoria di Francesco più di qualsiasi altro.

La terza è pervidere. Francesco non dice videre, vedere. Dice per-videre: vedere attraverso, vedere fino in fondo, guardare in modo da attraversare ciò che si ha davanti. E lo dice con un’onestà che conviene non perdere: utcumque, «in qualche modo», «come si può». Sa che una mangiatoia con il fieno e due animali è un’approssimazione. Ma lo sguardo che chiede è quello che attraversa, non quello che scivola; e lo chiede per gli occhi del corpo — corporeis oculis—, che sono l’unica cosa con cui si possa cominciare.

Bisogna dichiarare qui una cosa su questa parola, perché tocca ciò che il lettore deve credere. Non tutti i manoscritti di Celano la riportano allo stesso modo. Il codice di Barcellona su cui fu condotta l’edizione del 1906, e con esso l’edizione critica e il testo citato dal Vaticano, leggono pervidere; due manoscritti (quelli di Évreux e di Londra) leggono videre e basta, senza prefisso; quello di Osek legge praevidere — e qualche trascrizione moderna in rete, previdere— e quello di Parigi, providere.8 La tradizione manoscritta, cioè, esitò tra «vedere» e «vedere fino in fondo». L’argomento di questo capitolo non poggia su quel prefisso: poggia su ciò che Celano dice che accadde, che si legge nella sezione successiva e non ha varianti. Ciò che separa il vedere dal vedere fino in fondo — e perché quella differenza è quella che conta per chi ha davanti una scena della Natività— è il tema del capitolo successivo; qui basta ricordare che Francesco chiese la seconda cosa, e con il verbo giusto.

Sicché la frase di motivo dice, senza ornamenti: celebrare la memoria del Bambino in modo che la povertà di quel Bambino si veda con gli occhi del corpo, fino in fondo, come si può. Dice che cosa (la memoria del Bambino), dice di che cosa (la sua povertà), e dice come (con gli occhi, attraversando). Non dice di voler costruire nulla, né conservare nulla, né esporre nulla. Ciò che segue è quanto Celano racconta che accadde.


Ciò che accadde

Celano non lascia la domanda aperta. Descrive l’effetto su Francesco, lo descrive sulla gente, e dà inoltre il messaggio. Si leggeranno per strati, perché sono strati.

In Francesco. «Sta il santo di Dio in piedi davanti alla mangiatoia, pieno di sospiri, contrito di pietà e inondato di una gioia mirabile» — suspiriis plenus, pietate contritus et mirabili gaudio superfusus—.9 Tre affetti in una frase, e tutti e tre di chi sta dentro ciò che ha fatto, non di chi lo ha decorato. E quando predica, Celano lo racconta con una precisione che non è da verbale ma da ritratto: ogni volta che voleva nominare Gesù lo chiamava «il Bambino di Betlemme», e nel dire «Betlemme» belava come una pecora e si leccava le labbra «assaporando e inghiottendo la dolcezza di quella parola».5 Nessuno scrive così di chi ha messo un ornamento.

Nella gente. «La notte si illumina come il giorno, e fu deliziosa per uomini e animali. Arrivano le genti e davanti al mistero nuovo si rallegrano di gioie nuove. Il bosco risuona di voci e le rupi rispondono a chi esulta».10 In un testo del XIII secolo questa è la descrizione di una commozione collettiva, e conviene notare con che cosa si fa: con la luce — ceri e fiaccole che la gente aveva preparato «con animo esultante», exsultantibus animis—, con le voci, con il canto dei frati che dura tutta la notte.10 Greccio fu vista, ma fu anche udita: Francesco cantò il Vangelo; i frati cantarono; la notte intera «risuona di giubilo». Nessuno canta per non essere ascoltato, e quelli che cantarono erano lì, davanti a tutti, quanto il fieno e gli animali.

Il messaggio. Celano lo enuncia senza giri di parole, nella frase che segue quella in cui dice ciò che si preparò: «Lì si onora la semplicità, si esalta la povertà, si raccomanda l’umiltà, e Greccio è diventata quasi una nuova Betlemme» — honoratur ibi simplicitas, exaltatur paupertas, humilitas commendatur, et quasi nova Bethleem de Graecio facta est—.3 Greccio insegna qualcosa, e lo insegna senza predica: che Dio nacque povero. Lo mette davanti — fieno, mangiatoia, due animali— perché chi lo guarda fino in fondo lo capisca da sé. E di passaggio dice che cosa si è fatto di quel luogo: non si è ricordata Betlemme; Greccio si è fatta Betlemme.

E ciò che Celano considera l’effetto vero, che sta nella glossa di una visione. Un uomo dabbene vide nella mangiatoia «un bambino piccolo che giaceva esanime», e vide il santo avvicinarsi e risvegliarlo «come dal torpore del sonno». Celano non la lascia come prodigio; la interpreta:

Nec inconveniens visio ista, quum puer Iesus in multorum cordibus oblivioni fuerit datus, in quibus, ipsius gratia faciente, per servum suum sanctum Franciscum resuscitatus est et impressus memoriae diligenti.11

E non era sconveniente questa visione, poiché il bambino Gesù era stato consegnato all’oblio nel cuore di molti, nei quali, per opera della sua grazia, per mezzo del suo servo san Francesco fu risuscitato e impresso in una memoria attenta.

Non dice «visto». Dice risvegliato, risuscitato, e poi impresso in una memoria attenta — impressus memoriae diligenti—. Lo scopo di Greccio non era che la gente vedesse una mangiatoia; era che qualcosa che aveva dentro e aveva dimenticato tornasse a essere vivo, e che restasse. È la frase che regge il capitolo, e non ha varianti registrate nell’apparato critico di d’Alençon.8

Una copia della Legenda maior eseguita una trentina d’anni dopo la sua stesura, quando era già l’unica vita di Francesco autorizzata dall’ordine. Manoscritto della Biblioteca Medicea Laurenziana, Firenze, datato intorno al 1290 nella scheda dell’archivio (fotografia: Sailko, 2016, Wikimedia Commons, CC BY 3.0).

Quarant’anni dopo, Bonaventura racconta la stessa notte, più in breve, e dice il proposito una seconda volta e con un’altra parola. Francesco «dispose di celebrare la memoria della nascita del bambino Gesù per destare la devozione» — memoriam nativitatis pueri Iesu ad devotionem excitandam … disponeret agere—.13 E chiude con lo stesso verbo: l’esempio di Francesco è «risvegliatore dei cuori intorpiditi nella fede di Cristo» — excitativum est cordium in fide Christi torpentium—.14 Due volte lo stesso verbo, excitare, destare; ed entrambe le volte ciò che si desta sono i cuori, non gli occhi. Celano diceva impressus memoriae; Bonaventura dice excitare corda. Concordano sull’unica cosa di cui questo capitolo ha bisogno: il mezzo fu sensibile e l’effetto cercato, interiore.

Bonaventura aggiunge tre cose che conviene conoscere, non perché cambino l’argomento ma perché hanno cambiato l’immagine che si ha di Greccio. La prima: le lacrime. Dove Celano metteva sospiri, Bonaventura scrive che Francesco era «bagnato di lacrime» — respersus lacrimis—.15 La seconda: il permesso del papa, «perché ciò non potesse essere attribuito a novità» — ne vero hoc novitati posset adscribi, a Summo Pontifice petita et obtenta licentia—, che in Celano non c’è; Bonaventura non nomina il papa, e il nome di Onorio III che si legge ovunque è una deduzione dalla data.16 La terza è quella che pesa di più: il Bambino della visione cambia. In Celano l’uomo che lo vede non ha nome e il bambino è esanime; in Bonaventura il visionario è «il signor Giovanni da Greccio», cavaliere che lasciò le armi per Cristo, e il bambino è «bellissimo, addormentato», e Francesco lo risveglia «abbracciandolo con entrambe le braccia» — ambobus complexans brachiis—.17 Quell’abbraccio è quello che fu dipinto poi nella basilica di Assisi, e da quell’affresco viene l’idea, ripetuta per secoli, che a Greccio ci fosse una figura del Bambino che Francesco prese in braccio. L’immagine nasce in Bonaventura, quasi quarant’anni dopo la notte; e né in Bonaventura né in Celano c’è una figura: c’è una visione, e un abbraccio dentro la visione.

L’immagine ereditata di Greccio — Francesco con un bambino in braccio davanti alla mangiatoia— illustra Bonaventura, non Celano, ed è posteriore di oltre mezzo secolo alla notte che racconta; nessuno dei due testi mette una figura nella mangiatoia. Presepe di Greccio, affresco del ciclo della vita di san Francesco, basilica superiore di San Francesco, Assisi, parete nord della navata; attribuito a Giotto, ultimo quarto del XIII secolo (Fototeca Zeri, Università di Bologna, scheda 1179). Riproduzione: Wikimedia Commons, pubblico dominio.

Letti i due testimoni, la domanda dell’apertura ha una risposta chiusa. Francesco non si aspettava una semplice visione, né uno specchio, né un ornamento. Ciò che si aspettava, nelle parole di chi lo raccontò, è una catena di quattro anelli, e tutti e quattro sono scritti: guardare fino in fondo → commuoversi → risvegliare ciò che era dimenticato e lasciarlo impresso → comprendere la povertà di quel Bambino. Sensi, emozione, interiorità, etica. In quest’ordine, e ciascuno causa del successivo.


Conclusione

Francesco chiese una mangiatoia, fieno e due animali, e disse a che scopo: per celebrare la memoria di quel Bambino e vederne la povertà, fino in fondo, con gli occhi del corpo. Questo è ciò che nominò: gli occhi. Vale a dire, il mezzo. Ciò che voleva che accadesse non lo nominò lui; lo raccontano quelli che c’erano, o quelli che parlarono con chi c’era. In Francesco, sospiri, contrizione, gioia, e nel secondo testimone, lacrime. Nella gente, una notte intera che risuona. E sotto tutto questo, ciò che Celano e Bonaventura indicano come ciò che davvero accadde, ciascuno con il suo verbo: il Bambino dimenticato nei cuori fu risvegliato. Gli occhi del corpo condussero ai cuori. Questo è il primo tratto del percorso, ed è nei due testi.

Ma Celano dice un’altra cosa, nella stessa frase, e di solito la si legge di corsa: che il Bambino fu impressus memoriae diligenti, impresso in una memoria attenta. Non solo risvegliato: trattenuto. Ciò che la notte mise davanti agli occhi e mosse nei cuori rimase in un luogo dove lo si potesse ritrovare. E quel luogo Celano l’aveva già nominato nella prima frase del capitolo, prima di raccontare alcunché, quando dice di che cosa era fatta in Francesco la sequela del Vangelo: toto desiderio mentis, toto cordis fervore, con tutto il desiderio della mente e con tutto il fervore del cuore. I due insieme, prima di Greccio; i due insieme, dopo.

Il percorso ha, dunque, tre stazioni, e tutte e tre sono scritte. Gli occhi del corpo: ciò che Francesco chiese. I cuori: ciò che si risvegliò. La memoria attenta — la mente—: dove rimase. Che cosa sia ciò che rimane, perché rimanga in alcuni e non in altri, e che cosa debba esserci in chi guarda perché una scena della Natività gli faccia questo, è la domanda del capitolo successivo. Qui si è stabilito soltanto il punto di partenza e la direzione del cammino: comincia negli occhi e non finisce in essi.

Rendere presente il ricordo con gli occhi della mente.


Riferimenti

Le note a piè di pagina localizzano, e soltanto localizzano. Le voci che spiegano perché entra ciascuna fonte, che cosa apporta e che cosa non permette di affermare si trovano nel testo, nel riquadro che accompagna la sua prima comparsa. Le traduzioni dal latino sono di questo Manuale.


  1. Tommaso da Celano, Vita prima S. Francisci, cap. XXX, §§ 84-87. Testo latino: S. Francisci Assisiensis vita et miracula additis opusculis liturgicis auctore Fr. Thoma de Celano, ed. P. Eduardus Alenconiensis, Roma, Desclée, 1906, pp. 85-88 (esemplare digitalizzato in Internet Archive, item sfrancisciassisi00thom). Codice base: Barcinonensis, Archivo de la Corona de Aragón, fondo di Ripoll, n. 41 (Prolegomena, p. XLVIII e cap. VI). Verifica completa su questa edizione il 13-IX-2026. Fontes Franciscani, a cura di E. Menestò e S. Brufani, Assisi, 1995, pp. 360-362, citato attraverso la lettera apostolica Admirabile signum (Francesco, 1-XII-2019), testo latino in vatican.va; il volume delle Fontes Franciscani non è stato consultato. ↩

  2. Celano, 84,1 e 84,3; d’Alençon, p. 85, r. 14-23: «toto desiderio mentis, toto cordis fervore»; «Praecipue incarnationis humilitas et charitas passionis ita eius memoriam occupabant ut vix vellet aliud cogitare». ↩

  3. Celano, 85,4-5; d’Alençon, p. 86, r. 28 - p. 87, r. 3: «Et quidem praeparatur praesepium, apportatur foenum, bos et asinus adducuntur. Honoratur ibi simplicitas, exaltatur paupertas, humilitas commendatur, et quasi nova Bethleem de Graecio facta est» (grafia Bethleem in d’Alençon; Bethlehem nella trascrizione di Fonte Colombo). ↩ ↩

  4. Celano, 85,11; d’Alençon, p. 87, r. 10-12: «Celebrantur missarum solemnia supra praesepe, et nova fruitur consolatione sacerdos». ↩

  5. Celano, 86,1-5; d’Alençon, p. 87, r. 13-26: «Induitur sanctus Dei leviticis ornamentis, quia levita erat, et voce sonora sanctum evangelium cantat»; «Praedicat deinde populo circumstanti, et de nativitate pauperis regis»; «more balantis ovis Bethleem dicens»; «felici palato degustans et deglutiens dulcedinem verbi huius». ↩ ↩

  6. Instituto del Patrimonio Cultural de España, Informe técnico definitivo per la dichiarazione dell’arte e della pratica del presepe come manifestazione rappresentativa del patrimonio culturale immateriale, marzo 2022, p. 9, verificato sul PDF il 12-IX-2026: definizione operativa del presepe; «un drama paralitúrgico, en el que se escenificó de manera real el ambiente del nacimiento de Jesús»; «Conviene hacer notar que la presencia del Niño Jesús en el pesebre de Greccio no se corresponde, ni debe identificarse, con una imagen escultórica, como equivocadamente se piensa y viene repitiéndose. Y, aún mucho menos, que San Francisco montó un belén con figuras»; «Se trata, por lo general, de construcciones efímeras y estacionales». La citazione di Celano in spagnolo che la relazione riproduce proviene, secondo la sua nota, dall’edizione della BAC del 1956, pp. 339-342, non consultata: citata attraverso la relazione. ↩ ↩ ↩ ↩

  7. Celano, 84,8; d’Alençon, p. 86, r. 13-17: «Volo enim illius pueri memoriam agere, qui in Bethleem natus est, et infantilium necessitatum eius incommoda, quomodo in praesepio reclinatus et quomodo, adstante bove atque asino, supra foenum positus exstitit, utcumque corporeis oculis pervidere». Admirabile signum (2019), citando le Fontes Franciscani, p. 360, dà lo stesso testo con le grafie praesaepio e fenum. ↩

  8. Apparato critico di d’Alençon, p. 86, r. 17: «E, L videre; Os praevidere; P providere»; sigle della tavola dei codici della Legenda prima: E = Ebroicensis (Évreux), L = Londinensis, Os = Ossecenus (Osek), P = Parisiensis. La trascrizione in rete della Casa Fonte Colombo (capuchinhosrs.org.br), consultata il 12-IX-2026, legge previdere. Per 86,8, d’Alençon, p. 88, r. 5-7, nessuna variante registrata nell’apparato. ↩ ↩

  9. Celano, 85,10; d’Alençon, p. 87, r. 8-10: «Stat sanctus Dei coram praesepio, suspiriis plenus, pietate contritus et mirabili gaudio superfusus». ↩

  10. Celano, 85,2 e 85,6-9; d’Alençon, p. 86, r. 22-26 e p. 87, r. 3-8: «exsultantibus animis, cereos et faces praeparant ad illuminandam noctem»; «Illuminatur nox ut dies, et hominibus atque animalibus delitiosa exsistit. Adveniunt populi, et ad novum mysterium novis gaudiis adlaetantur. Personat sylva voces, et iubilantibus rupes respondent. Cantant fratres, Domino laudes debitas persolventes, et tota nox iubilatione resultat». ↩ ↩

  11. Celano, 86,7-8; d’Alençon, p. 87, r. 28 - p. 88, r. 7: «Videbat enim in praesepio puerulum unum iacentem exanimem, ad quem videbat accedere sanctum Dei, et eumdem puerulum quasi a somni sopore suscitare. Nec inconveniens visio ista, quum puer Iesus in multorum cordibus oblivioni fuerit datus, in quibus, ipsius gratia faciente, per servum suum sanctum Franciscum resuscitatus est et impressus memoriae diligenti». ↩

  12. Bonaventura, Legenda maior S. Francisci, cap. X, § 7. Testo latino: PDF «1221-1274, Bonaventura, Legenda Major Sancti Francisci, LT» (Documenta Catholica Omnia), senza indicazione dell’edizione di provenienza; numerazione delle frasi coincidente con quella delle Fontes Franciscani. Verificato per intero il 12-IX-2026. Capitolo generale di Pisa, 1263: Benedetto XVI, udienza generale del 3-III-2010 (vatican.va): «il Capitolo generale dei Frati Minori del 1263, riunitosi a Pisa, riconobbe nella biografia di san Bonaventura il ritratto più fedele del Fondatore», e la Legenda «divenne, così, la biografia ufficiale del Santo». Capitolo generale di Parigi, 1266: A. G. Little, «Definitiones capitulorum generalium Ordinis Fratrum Minorum 1260-1282», Archivum Franciscanum Historicum 7 (1914), pp. 676-682, «Diffinitiones facte in capitulo Parisiensi [1266]»: «precipit generale capitulum per obedientiam, quod omnes legende de beato Francisco olim facte deleantur, et ubi extra ordinem inveniri poterunt, ipsas fratres studeant amovere». ↩

  13. Bonaventura, X,7,1: «Contigit autem anno tertio ante obitum suum, ut memoriam nativitatis pueri Iesu ad devotionem excitandam apud castrum Graecii disponeret agere, cum quanto maiore solemnitate valeret». ↩

  14. Bonaventura, X,7,9: «Nam exemplum Francisci consideratum a mundo, excitativum est cordium in fide Christi torpentium». ↩

  15. Bonaventura, X,7,4: «Stabat vir Dei coram praesepio pietate repletus, respersus lacrimis et gaudio superfusus». ↩

  16. Bonaventura, X,7,2: «Ne vero hoc novitati posset adscribi, a Summo Pontifice petita et obtenta licentia, fecit praeparari praesepium, apportari foenum, bovem et asinum ad locum adduci». La relazione dell’IPCE, p. 9, attribuisce il permesso a Celano rinviando alla sua nota 1; in Celano non c’è. ↩

  17. Bonaventura, X,7,7: «dominus Ioannes de Graecio, se vidisse asseruit puerulum quemdam valde formosum in illo praesepio dormientem, quem beatus pater Franciscus, ambobus complexans brachiis, excitare videbatur a somno». In Celano il visionario è «a quodam viro virtutis», senza nome (86,6), e il Giovanni di 84,5 è colui che prepara il luogo: Bonaventura fonde i due. ↩