C’è una frase che ogni presepista ha sentito, e che molti hanno detto: i presepi si dividono in popolari e artistici. Si scrive nei programmi delle mostre, si ripete nelle associazioni, si insegna a chi comincia. E quasi sempre porta dentro una gerarchia, anche se non la si pronuncia: l’«artistico» in alto e il «popolare» in basso — il diorama della mostra in una casella; il presepe di casa, nell’altra—.
Questo capitolo pone a quella frase la domanda che non riceve quasi mai: da dove viene? Chi segue un’idea fino alla sua fonte trova di solito una di due cose: un argomento o una storia. Qui ciò che c’è è una storia — una discussione tra libri concreti, di autori concreti—, e conviene raccontarla per intero, perché finora la si è sempre raccontata a metà.
Ciò che è già acquisito
Due cose sono state risolte prima di arrivare qui, e questo capitolo poggia su di esse. La prima: comporre è creare — il presepe più umile sta dalla parte del quadro pittorico, non dalla parte della tavola della Vigilia—, e l’unico giudizio legittimo su di esso è quello che si dà opera per opera: meglio o peggio. La seconda: i presepi si distinguono per la loro inquadratura — quella unica del diorama, le infinite del presepe che si gira intorno—, e questa distinzione non ordina dal meglio al peggio: non c’è un meglio; ci sono due modi. Su questo terreno si può ormai esaminare la classificazione ereditata — quella che il capitolo precedente ha lasciato indicata e promessa—.
A volte le idee sbagliate non si perpetuano perché siano corrette, ma perché nessuno le mette in discussione: si ripetono più e più volte finché finiscono per diventare una verità indiscutibile. Il modo di metterle in discussione non è gridare più forte, ma tornare ai documenti. È ciò che fa questo capitolo: va ai libri, in ordine di data.
I primi manuali
Il primo dei manuali che questo capitolo esamina è il Manual del Pessebrista di Fra Andreu de Palma de Mallorca (Barcellona, 1927)1, cappuccino. Nelle pagine che qui si citano, il presepe è un’arte — così lo nomina—, e non vi si trovano caselle di valore.
Il suo prefatore — Francesc de P. Badia, presidente della «Associació de Pessebristes» — lo presentava come un’opera «consacrata a un’arte che deve trovare tutto il suo incanto nella francescana semplicità e sincerità della sua plastica», nella quale «tanto il presepista veterano quanto il profano in quest’arte» troveranno «una moltitudine di conoscenze utilissime».2 Nel 1927, il presidente dell’associazione chiama questo, semplicemente, un’arte — la stessa per il veterano e per il profano: senza caste—.
Quando il libro classifica, classifica un’altra cosa: la luce e lo scenario.

❝Presepi biblici: Si chiamano così quando lo scenario della rappresentazione plastica del presepe è Betlemme, la regione di Giuda… la Palestina. L’artista, secondo i mezzi e lo spazio di cui dispone, va riproducendo con tutta fedeltà i luoghi sacri di Terra Santa, e altri legati all’Avvento di Gesù Cristo.
Presepi extra-biblici: Quando la scena della rappresentazione plastica relativa alla Natività è un luogo topografico ben diverso da quelli della Palestina, in questo caso ci troviamo davanti ai presepi extra-biblici. La topografia, allora, o può essere un panorama immaginario, non rappresentativo; oppure rappresentare luoghi del circondario della regione, città o paese a cui appartiene la casa cristiana del presepista (la Catalogna, la provincia di Barcellona, i dintorni della città). (Fra Andreu de Palma, p. 51; traduzione propria)1
Dove si svolge la scena — la Giudea del racconto o il paesaggio del presepista—: è questa la divisione che il libro chiama «una seconda classificazione giustificata» — la prima, per la luce, separa i presepi di mezzanotte da quelli in piena luce—, e nessuna delle due porta dentro una gerarchia. Nessuno scenario rende migliore o peggiore il presepe; il testo chiama «artista» chi compone quello biblico, e «concezione artistica» quella dei presepisti.
Sei anni dopo, un altro manuale — La construcció dels pessebres, di Josep M.ª Puig i Roig (Barcellona, 1933) — dedica il suo capitolo V alla «Classificació dels pessebres» e lo apre con la diffidenza del mestiere verso le tassonomie: classificare i presepi per stili o modalità di costruzione è «molto difficile, per non dire impossibile», perché ogni presepista segue regole proprie e ci sono quasi tante forme quanti autori. La citazione completa si trova nel capitolo sull’inquadratura (Una questione di inquadratura)3. Ma ciò che conta qui è la frase che viene subito dopo:
❝In generale, vediamo che si pretende di classificare i presepi in due gruppi: «artistici» e «popolari», classificazione con la quale personalmente non possiamo trovarci d’accordo, giacché, da una parte, consideriamo che ogni costruzione presepiale, qualunque sia il suo carattere, è una manifestazione artistica, più o meno perfezionata o rudimentale, che può trovare posto nelle molteplici suddivisioni dell’arte, e molte volte possiamo trovare un maggiore perfezionamento artistico in un presepe familiare, di quelli detti «popolari» o da sala da pranzo, che non in altri pomposamente battezzati dai loro autori come presepi artistici, e, d’altra parte, consideriamo anche che ogni presepe è sempre «popolare», giacché è una manifestazione d’arte popolare, ispirata dall’affetto per una cara tradizione nostrana. (Puig i Roig, pp. 27-28; traduzione propria)3
La coppia che questo capitolo insegue esiste, dunque, nel 1933, e non come novità: Puig i Roig la dà per generale — «arreu», «en general»: ovunque, in generale—, e riporta come la definivano «alcuni». Gli «artistici» sarebbero «quelli costruiti secondo tutte le leggi dell’arte, tecnica e prospettiva» (p. 28); i «popolari», «quelli costruiti con elementi della stessa natura: muschio, sughero, creta, galzeran, ecc.» (p. 31)3. Chi l’abbia formulata per primo non risulta: Puig i Roig non lo dice, e questo capitolo non ha trovato un testo anteriore che la contenga.
Conviene osservare che cosa ne fa. La respinge come gerarchia — ogni presepe è arte, e ogni presepe è popolare— e, ciononostante, la accetta come strumento: «non avendo pretese di critico, né di dare lezioni a nessuno, vogliamo accettare, come base per questi commenti, la classificazione che in generale si è fatta», perché in essa trovano posto, «anche se soltanto in modo molto impreciso», tutte o quasi tutte le diversità (p. 28)3. Usarla per ordinare il discorso senza concederle di ordinare il valore: è esattamente la distinzione che questo capitolo difende, ed era scritta nel 1933.
Il bilancio della prima letteratura a stampa sul presepe è, dunque, questo: classifica per la luce e per lo scenario, diffida delle caselle e tratta il presepe come arte senza aggettivi. La coppia «popolare» contro «artistico» circola già, e il primo manuale che la nomina le nega la gerarchia.
Il libro che la descrisse
Tredici anni dopo, la coppia ricompare in El Pessebre di Joan Amades4. Amades (1890-1959) fu un folclorista barcellonese dall’opera immensa — dedicò la vita a raccogliere e preservare la cultura popolare catalana—, e il suo libro sul presepe è esattamente questo: una monografia etnografica — il presepe come tradizione viva: costumi, usi, simboli—, non un trattato di scenografia né una storia dell’arte. Il dato non è un rimprovero; è la chiave di tutto ciò che segue.
Nella sua introduzione, Amades distingue due «aspetti» del presepe del suo tempo:
❝Il presepe può essere considerato sotto due aspetti, a parte molte altre divisioni che se ne potrebbero fare: l’aspetto artistico e l’aspetto popolare. […] Intendiamo per presepe artistico quello che è opera di persone esperte e intendenti d’arte, che procurano di commissionare le figure e gli elementi iconografici che formano l’insieme a gente che sente l’emozione dell’arte, e che pongono tutto il loro interesse nell’adeguare il presepe alla realtà panoramica e pittorica e alla verità storica della scena biblica, tema della loro produzione.
Il presepe popolare, generalmente opera di gente umile portata più dalla propria sensibilità che dall’erudizione e dalla conoscenza del tema che ha tra le mani, si muove dentro un ambiente panoramico pieno di un grande realismo locale. […] Noi, in quanto affezionati a tutto ciò che incarna un senso di tradizione, volgiamo tutta la nostra simpatia verso il presepe umile, anacronistico e contraddittorio nella maggior parte dei suoi aspetti. (traduzione propria)4
Lo si legga con calma, perché quasi nulla di ciò che oggi si appende a questa pagina vi si trova. Amades descrive: «può essere considerato», due «aspetti», «a parte molte altre divisioni che se ne potrebbero fare» — è il linguaggio di chi ritrae una realtà della sua epoca, non quello di chi detta una norma—. Il suo «artistico» non nomina chi sa modellare, ma chi può commissionare: persone intendenti che affidano le figure a «gente che sente l’emozione dell’arte» e perseguono la verità storica — ritrae un committente, quasi una classe sociale, più che un creatore—. Non definisce neppure la stessa cosa della classificazione del 1933: là il criterio era la tecnica — le leggi dell’arte, la prospettiva, i materiali—; qui è chi commissiona e che cosa persegue. E il suo cuore dichiarato sta all’altro polo: la simpatia del libro va al presepe umile. Chi abbia sentito usare «popolare» come declassamento farà bene a rileggere Amades: sotto la sua penna era un elogio.
La pagina che nessuno cita
E se l’introduzione si legge male, c’è un capitolo che semplicemente non si legge. Nello stesso libro, giunto all’arte del presepe come fenomeno, Amades scrive:
❝Fare presepe è tutta un’arte, piccola e umile quanto volete, ma pur sempre un’arte, con la sua emozione e con la sua sensibilità, basi di ogni opera artistica per infima che sia, senza le quali l’arte non è possibile. E l’arte è espansiva, perché, se non lo fosse, non sarebbe più arte e soltanto lo sembrerebbe. (El Pessebre, Aedos, 1959, cap. X, p. 413; traduzione propria)5
E poche righe più sotto chiama col loro nome quelli che la praticano: «gli artisti del presepe sono stati qualificati come "presepisti"». Artisti — non artigiani, non dilettanti—.
Ecco, per mano dello stesso autore, ciò che questa serie sta dimostrando da tre capitoli per altre vie: per Amades, ogni presepe — compreso il più piccolo e umile — è arte. L’uomo a cui si attribuisce la divisione che declassa il presepe domestico ha lasciato scritto esattamente il contrario. La gerarchia non la smonta un nostro argomento: la smonta la lettera del suo presunto padre.
Come è sopravvissuta la gerarchia
Come si è arrivati, allora, alla casella attuale, con la sua gerarchia dentro? La gerarchia non è stato necessario fabbricarla dopo: nel 1933 era già in circolazione. Puig i Roig dice chi la poneva — gli autori che battezzavano «pomposamente» come artistici i propri presepi — e la respinse per iscritto. Ciò che i documenti mostrano da allora è un’altra cosa: tre libri hanno discusso la coppia in ventiquattro anni, e nessuno le ha concesso la gerarchia.
Il meccanismo non ha bisogno di malizia: una divisione si cita senza il suo contesto; la citazione si ripete; la ripetizione si eredita; e nel giro di qualche decennio ciò che circola è la casella, non la discussione che la accompagnava. Ogni anello ha letto il precedente, e quasi nessuno è tornato ai libri. Alla fine del processo, due gruppi che un presepista accettò «in modo molto impreciso» e due «aspetti» che un etnografo annotò con simpatia funzionano come due classi con una gerarchia.
Ciò che si può documentare è questo: la casella che oggi circola non cita nessuno di loro. Il compendio di consultazione più frequente distribuisce i presepi in popolari e artistici «según la técnica de confección del belén» — secondo la tecnica di realizzazione del presepe—, con un criterio più vicino a quello del 1933 che a quello di Amades, e senza una sola nota6.
La terza discussione arrivò da Madrid. Luis Buendía, autore di un manuale di costruzione di presepi pubblicato nel 19577, conosceva le classificazioni che circolavano e le rimise al loro posto con una chiarezza che resta attuale:
❝Es un error muy frecuente calificar exclusivamente de artísticos a los Nacimientos construidos en forma de dioramas […] Artístico es todo lo que es bello y ha sido bien realizado, cualquiera que sea su clase y categoría […] se consideran siempre dos clases de Nacimientos: el histórico o bíblico y el popular, y justamente uno y otro pueden ser, a la vez, artísticos. — È un errore molto frequente qualificare come artistici esclusivamente i presepi costruiti in forma di diorami […] Artistico è tutto ciò che è bello ed è stato ben realizzato, qualunque sia la sua classe e categoria […] si considerano sempre due classi di presepi: quello storico o biblico e quello popolare, e appunto l’uno e l’altro possono essere, al tempo stesso, artistici.— (Buendía, 1957, p. 49)7

Due classi — la biblica e la popolare — e l’aggettivo «artistico» restituito al suo unico uso legittimo: il giudizio sull’opera fatta, non l’etichetta di una classe. Nel 1957 si diceva per la seconda volta ciò che Puig i Roig aveva scritto nel 1933. Eppure la casella ha trionfato, e ancora oggi continua a distribuire presepi.
Ciò che la casella guarda — e ciò che l’arte chiede di guardare
Conviene ora guardare la casella in faccia, perché il suo difetto non sta nella sua origine — che abbiamo già ricostruito — ma nella sua ottica: classifica l’opera in base al curriculum dell’autore — chi l’ha fatta, quale formazione aveva, chi l’ha commissionata — e in base al formato in cui si presenta. Ed è un criterio che nessuna disciplina artistica accetta per sé.
La fotografia lo mostra meglio di qualsiasi altra. Nessuno divide i fotografi in «popolari» e «artistici» come due caste: ci sono fotografie riuscite e fallite, da dilettante e da professionista, e la disciplina è una sola — l’artistico si decide in ogni immagine, per la sua intenzione e la sua esecuzione, non nel tesserino di chi scatta—. Con il presepe accade lo stesso, e la serie ha già lasciato i pezzi: il diorama da esposizione è un formato — specializzato, con risorse proprie — e il presepe che si gira intorno è un altro (Una questione di inquadratura); come ogni fotografia, ciascuno può essere artistico o non esserlo. Il formato non garantisce l’arte; il curriculum, neppure. Solo l’opera risponde.
Resta un’obiezione, e il lettore di questa serie ha già con che cosa risolverla: se l’arte esige un linguaggio che si impara (Fare presepi è un’arte o soltanto una tradizione natalizia?), non ha ragione la casella a separare i formati dai non formati? No, e per una parola: quel capitolo diceva «per via accademica o da autodidatta». Il linguaggio si impara anche guardando, confrontando e sbagliando — così si educano la sensibilità e l’istinto—; ciò che la casella trasforma in frontiera tra due classi è, in realtà, il punto di partenza di qualsiasi apprendimento. L’errore non sta nell’esigere mestiere — questo Manuale intero lo esige—: sta nel pronunciare il verdetto prima di guardare l’opera.
E non sarebbe la prima volta che un’opera cambia casella. Prima che i pittori del Rinascimento rivendicassero che l’artista non era un artigiano — quando dipingere e scolpire erano mestieri meccanici che si imparavano nella corporazione, non nell’accademia—, buona parte di ciò che oggi riempie i musei era considerata artigianato: i maestri del gotico, la ceramica greca, le pale d’altare.8 La frontiera tra arte e artigianato non è un dato di natura: è una convenzione con una storia — e chi l’ha vista spostarsi sa che può spostarsi di nuovo—.
Una casella che si ritira
E che cosa si mette al suo posto? Niente — ed è questa la parte migliore—. Le classificazioni si sostituiscono quando servivano; questa non serviva a nulla. Per parlare di come si presenta un presepe c’è già un criterio che distingue senza ordinare: il numero di inquadrature (Una questione di inquadratura). Per parlare del suo valore c’è già l’unico giudizio che l’arte ammette: l’opera, una per una, meglio o peggio (Fare presepi è un’arte o soltanto una tradizione natalizia?). E «popolare» può tornare a essere ciò che era sotto la penna di Amades: la descrizione affettuosa di un modo di fare — non lo scantinato di una gerarchia—.
Chiusura
La casella chiedeva di essere seguita fino alla sua fonte, e la traccia non finisce in un libro: porta a una discussione. Nel 1933 la coppia circolava già, e il primo manuale che la nomina la respinge come gerarchia: ogni presepe è arte, e ogni presepe è popolare. Il libro di Amades la descrive senza gerarchia, con la simpatia rivolta al polo umile, e il suo stesso autore ha lasciato scritto che fare presepe, per piccolo e umile che sia, è tutta un’arte. Buendía ha rimesso l’aggettivo al suo posto nel 1957. Chi l’abbia formulata per primo non risulta; ciò che risulta è che ogni volta che qualcuno l’ha esaminata per iscritto, la gerarchia non ha retto all’esame. Eppure, la ripetizione senza contesto l’ha trasformata in legge. Non occorre una sentenza: basta la storia intera — che è, precisamente, quella che non si raccontava—.
Chi questo dicembre comporrà il suo presepe — sul tavolo di casa o nella cassa di una mostra — non ha, dunque, alcuna casella da scegliere. Ha qualcosa di più difficile e di più suo: comporre bene, che è l’unica cosa che nessuna classificazione regala.
E resta un filo sciolto, che il lettore attento avrà visto passare: se Amades ha scritto questo, perché la sua definizione di presepe — quella che un congresso internazionale approvò all’unanimità — ha lasciato fuori cose che esistevano davanti ai suoi occhi? Questo è un altro caso, con i suoi propri indizi, e merita un capitolo a sé: è il seguente.
Riferimenti
Le note a piè di pagina localizzano; queste voci spiegano perché ogni fonte entra, che cosa apporta e che cosa non permette di affermare.
ANDREU DE PALMA DE MALLORCA, O.M.Cap. (1889-1963). Manual del Pessebrista. Barcelona, Editorial Franciscana, 1927. Pròleg di Francesc de P. Badia, presidente della «Associació de Pessebristes». — Manuale tecnico; primo libro dedicato alla costruzione dei presepi; storia dell’arte presepiale catalana. Entra come testimone fondativo: classifica per scenario (biblico / extra-biblico) e chiama arte il presepe e artista il presepista, senza caselle di valore; il pròleg di Badia lo conferma dall’interno della stessa associazione. Si usa come fonte storica diretta sullo stato della questione nel 1927. Cautele: traduzione propria dal catalano, verificata sull’esemplare (pp. 7 e 51). Fonte centrale del capitolo.
PUIG I ROIG, Josep M.ª La construcció dels pessebres: recull d'orientacions pessebristes. Barcelona, Foment de Pietat (Publicacions de l'Associació de Pessebristes de Barcelona), 1933. Pròleg di Joaquim Masdexexart; 146 p. — Manuale tecnico. Entra per le pp. 27-31: la diffidenza del mestiere verso le tassonomie e la testimonianza che la coppia «artistici / popolari» circolava già nel 1933, con il suo rifiuto come gerarchia e la sua accettazione come base di lavoro. Si usa come fonte storica diretta. Cautele: traduzione propria, verificata sull’esemplare (pp. 27-28). Fonte centrale del capitolo.
AMADES, Joan. El Pessebre. Prima edizione di lusso: Les Belles Edicions, Barcelona, Natale del 1946 secondo lo stesso autore (la Biblioteca de Catalunya la cataloga con data dubbia, «1935?»); edizione «notevolmente ampliata e aggiornata» (p. 7): Aedos, Barcelona, 1959, 508 p. — Monografia etnografica; l’opera che nel 1946 descrive la coppia «artistico / popolare» senza gerarchia. Entra due volte: per l’introduzione (la descrizione dei due aspetti, con la simpatia dichiarata per il polo popolare) e per il capitolo X dell’edizione Aedos (p. 413: «fare presepe è tutta un’arte…», «gli artisti del presepe»), la pagina che smentisce la gerarchia attribuita al suo autore. Si usa come fonte primaria, letta per intero e nel suo quadro etnografico — non come trattato di scenografia—. Cautele: i passi dell’introduzione, verificati sull’originale (ed. Aedos, pp. 7-8) e il cap. X (p. 413), sull’esemplare di Emili Solé; la presenza di ciascun passo nell’edizione del 1946 non è stata verificata. Fonte centrale del capitolo.
BUENDÍA RUIZ, Luis (1895-1963). Construcción de nacimientos. Madrid, Ediciones Giner, 1957. Prologo del P. José López de Toro; disegni dell’autore; 182 p. — Manuale tecnico. Entra per la p. 49: la confutazione precoce ed esplicita della ripartizione («artístico es todo lo que es bello y ha sido bien realizado, cualquiera que sea su clase y categoría» — artistico è tutto ciò che è bello ed è stato ben realizzato, qualunque sia la sua classe e categoria—), scritta due anni dopo il congresso di Roma. Si usa come fonte storica diretta e come testimone del fatto che la lettura corretta era possibile nella sua epoca. Cautele: testo letterale verificato sull’esemplare (p. 49). Fonte centrale del capitolo.
KRISTELLER, Paul Oskar. «The Modern System of the Arts: A Study in the History of Aesthetics». Journal of the History of Ideas, parti I-II, 1951-1952. — Articolo accademico classico sulla storia del sistema delle arti. Entra a sostegno di un solo fatto: l’ascrizione medievale della pittura e della scultura ai mestieri meccanici e la costruzione successiva della frontiera arte/artigianato. Si usa come studio tecnico applicabile. Vol. 12, n. 4 (1951), pp. 496-527, e vol. 13, n. 1 (1952), pp. 17-46. Cautele: non ricavarne altro che il fatto citato. Fonte di supporto.
Le note seguenti localizzano; non argomentano.
Fra Andreu de Palma de Mallorca (1889-1963), Manual del Pessebrista, Barcelona, Editorial Franciscana, 1927, 86 p. (Biblioteca de Catalunya, esemplare del fons Badia-Cardús). La divisione per la terra («una segona classificació justificada de pessebres»), p. 51; traduzione propria dal catalano, verificata sull’esemplare di Emili Solé. L’originale: «Pessebres bíblics. Així s'anomenen quan l'escenari de la representació plàstica del pessebre és Betlem, la regió de Judà... la Palestina. L'artista, segons els medis i l'espai de que disposa, va reproduint amb tota fidelitat els llocs sagrats de Terra Santa, i altres relacionats amb l'Adveniment de Jesucrist». ↩ ↩
Francesc de P. Badia, pròleg al Manual del Pessebrista, Barcelona, Editorial Franciscana, 1927, p. 7; traduzione propria dal catalano, verificata sull’esemplare di Emili Solé: «tant el pessebrista veterà com el profà en aquest art, hi trobaran una munió de coneixements utilíssims […] consagrada a un art que ha de trobar tot el seu encís en la franciscana simplicitat i sinceritat de la seva plàstica». Il frontespizio del 1927 lo dice così: «Pròleg del president de l'«Associació de Pessebristes» D. Francesc de P. Badia». ↩
Puig i Roig, Josep M.ª, La construcció dels pessebres, Barcelona, Foment de Pietat, 1933, cap. V, «Classificació dels pessebres», pp. 27-31; traduzione propria dal catalano, verificata sull’esemplare di Emili Solé. La prima frase del capitolo, in Una questione di inquadratura, nota 2. L’originale delle pp. 27-28: «En general, veiem que es pretén classificar els pessebres en dos grups: "artístics" i "populars", classificació amb la qual personalment no ens hi podem avenir, ja que, d'una part, considerem que tota construcció pessebrista, qualsevol que sigui el seu caire, és una manifestació artística, més o menys perfeccionada o rudimentària […]»; «Però, no tenint pretensions de crític, ni d'alliçonar ningú, volem acceptar, com a base per aquests comentaris, la classificació que en general s'ha fet […] encara que sols d'una manera molt imprecisa»; «els pessebres dits "artístics", que havem vist definits per alguns, que són els construïts segons totes les lleis de l'art, tècnica i perspectiva». P. 31: «Els pessebres de l'altre grup, o sigui els generalment coneguts com a "populars", i que alguns han definit ésser els construïts amb elements de la mateixa naturalesa: molsa, suro, greda, galzeran, etc.» ↩ ↩ ↩ ↩
Joan Amades, El Pessebre. Prima edizione di lusso: Les Belles Edicions, Barcelona, Natale del 1946 secondo lo stesso Amades (ed. Aedos, p. 7: «apareguda pel Nadal del 1946»; lo conferma Garrut, che la cita come «Barcelona 1946, pàg. 7» — la Biblioteca de Catalunya la cataloga come «Barcelona : Les Belles Edicions, 1935?», con punto interrogativo—); edizione «notablement augmentada i posada al dia» (p. 7): Aedos, Barcelona, 1959, 508 p. I passi dell’introduzione, verificati sull’originale catalano di quell’edizione, pp. 7-8 (scansione dell’esemplare di Emili Solé). ↩ ↩
Amades, El Pessebre, Aedos, 1959, cap. X, «Pessebrisme», p. 413; traduzione propria dal catalano, verificata sull’esemplare di Emili Solé. L’originale: «Fer pessebre és tot un art, tan petit i tan humil com vulgueu, però un art al capdavall […]»; «Els artistes del pessebre han estat qualificats de "pessebristes"». ↩
Wikipedia in spagnolo, voce «Belenismo», paragrafo «Modelos básicos»: «La segunda clasificación es según la técnica de confección del belén: Populares son los que se realizan utilizando técnicas sencillas de montaje […] Artísticos son los que el belenista realiza utilizando técnicas específicas y sofisticadas […] Casi todos los dioramas son de tipo artístico, mientras que los belenes abiertos son artísticos y populares de manera indiferente.» — La seconda classificazione è secondo la tecnica di realizzazione del presepe: popolari sono quelli che si realizzano utilizzando tecniche semplici di allestimento […] artistici sono quelli che il presepista realizza utilizzando tecniche specifiche e sofisticate […] Quasi tutti i diorami sono di tipo artistico, mentre i presepi aperti sono artistici e popolari indifferentemente.— Revisione 174757657 (8-VIII-2026); il testo è entrato nella voce nel 2010 (revisione 39750363), senza alcuna nota. La storia del passo vicino, in Una questione di inquadratura, nota 1. ↩
Buendía, Luis, Construcción de nacimientos, Madrid, Ediciones Giner, 1957, cap. II, «La construcción del Nacimiento», 1, «Clases de Nacimientos», p. 49; testo letterale verificato sull’esemplare di Emili Solé. ↩ ↩
Lo statuto dei mestieri — l’ascrizione medievale della pittura e della scultura alle arti meccaniche e la loro rivendicazione rinascimentale—: Kristeller, P. O., «The Modern System of the Arts: A Study in the History of Aesthetics», Journal of the History of Ideas, vol. 12, n. 4 (ottobre 1951), pp. 496-527, e vol. 13, n. 1 (gennaio 1952), pp. 17-46. ↩