Ciò che l’evidenza permette di affermare
Il capitolo precedente ha fissato il metodo: livelli di evidenza, distinzioni necessarie, criteri di decisione. Tutto questo resta attivo, ma non verrà ripetuto. Ciò che questo capitolo si propone è un’altra cosa: prima di entrare nello studio concreto delle prove materiali, dei siti, delle fonti scritte e degli indumenti, conviene fermarsi un momento e guardare il terreno nel suo insieme. Che cosa sappiamo davvero dell’abbigliamento del I secolo nella terra in cui si collocano le scene della Natività? Quanto di ciò che diamo per conosciuto proviene dall’evidenza, e quanto dall’immagine ereditata?
La risposta non è sconfortante. Non partiamo dal vuoto. Solo nei siti del periodo romano in Israele, Orit Shamir ha catalogato più di 1.600 tessuti tra lana, lino, pelo di capra e fibre miste, provenienti da una ventina di siti. E la cifra pubblicata è solo una parte: di Masada, per esempio, migliaia di frammenti tessili restano ancora da studiare. A questi resti si aggiungono calzature conservate in grotte secche e strumenti di produzione tessile —fusi, fusaiole, pesi da telaio, aghi— ritrovati in contesti domestici e artigianali. Esistono fonti scritte antiche che menzionano indumenti, tessuti, tinture, mestieri e norme del vestire: testi biblici, fonti del periodo del Secondo Tempio, riferimenti nella letteratura rabbinica posteriore. Ed esistono immagini d’epoca —mosaici, affreschi, rilievi funerari, scene dell’iconografia romana e paleocristiana— che, lette con cautela, permettono di integrare ciò che i resti materiali e i testi non riescono a dire da soli.
Ma l’evidenza, per quanto abbondante rispetto a ciò che si conosceva mezzo secolo fa, non compone un guardaroba completo del I secolo. Non abbiamo un catalogo chiuso di indumenti, taglie, colori, combinazioni, usi per stagione o varianti per mestiere. Ciò che abbiamo è un insieme di prove frammentarie, conservate in modo diseguale, provenienti da contesti specifici —molti dei quali funerari, militari o eccezionali— che vanno lette con la stessa precisione con cui si leggono i frammenti di un mosaico incompleto: ogni tessera dice qualcosa, ma nessuna dice tutto, e il disegno generale emerge solo quando le si mette in relazione e si accetta che ci siano zone bianche.
È questo il punto di partenza del capitolo. Non un inventario di indumenti —quello verrà più avanti—, ma una mappa dello stato delle conoscenze: che cosa si può affermare, che cosa si può dedurre con cautela, che cosa deve restare aperto.
Ciò che si conserva e ciò che non si conserva
La conservazione dei materiali organici —tessuti, cuoio, fibre vegetali, pelo, legno— dipende da condizioni che il tempo di solito non offre. Nei climi umidi o temperati la materia organica si decompone in pochi decenni. Solo circostanze eccezionali la preservano: l’aridità estrema del deserto, la sigillatura accidentale di una grotta, una sepoltura rimasta intatta, un incendio che carbonizzò senza distruggere del tutto, la mineralizzazione delle fibre a contatto con oggetti metallici.
Nella terra d’Israele queste condizioni si sono verificate in punti precisi. Masada, sul margine orientale del deserto di Giuda, ha restituito centinaia di frammenti tessili di lana e di lino, resti di calzature, corde e altri materiali organici1, conservati grazie all’aridità dell’ambiente e alle circostanze della distruzione del 73-74 d.C. Le grotte di Nahal Hever e di Wadi Murabba'at, rifugio di combattenti durante la rivolta di Bar Kokhba (132-135 d.C.), hanno conservato tessuti, sandali, oggetti d’uso quotidiano e documenti2. Qumran ha restituito tessuti associati ai manoscritti del Mar Morto, studiati da Shamir e Sukenik3. E a Gerusalemme la tomba di Akeldama ha offerto un caso eccezionale: un sudario di lana del I secolo conservato in un loculus sigillato, datato al radiocarbonio tra il 95 a.C. e il 53 d.C.4
Ciò che questi siti conservano è prezioso, ma parziale. Si conservano frammenti di tessuto, non indumenti completi indossati su un corpo. Si conservano fibre e torsioni, non tagli né modelli di confezione finiti. Si conservano calzature —i sandali di Nahal Hever sono l’esempio più noto—, ma non gli abiti che accompagnavano quelle calzature in un giorno qualsiasi. Si conservano resti funerari —sudari, involucri, strati di tela che coprivano un corpo morto—, ma non gli abiti di chi camminava, lavorava, cucinava o dormiva.
Ciò che non si conserva è altrettanto significativo. Non ci sono indumenti completi d’uso quotidiano ritrovati nel loro contesto originario di vita. Non ci sono mantelli spessi di lana preservati a Betlemme o a Gerusalemme: il clima di quelle città non lo permette. Non c’è biancheria intima, né ci sono capi intermedi per ripararsi dal freddo, né protezioni per le gambe, né berretti, né fazzoletti, né guanti, né nulla di ciò di cui un corpo ha bisogno d’inverno e che, per la sua natura organica e il suo uso intensivo, si consuma, si rammenda, si riutilizza e infine scompare.
Non ci sono nemmeno rappresentazioni dirette del vestire quotidiano ebraico del I secolo fatte da ebrei. La tradizione iconografica ebraica del periodo è scarsa, condizionata dalle restrizioni sull’immagine umana. Le rappresentazioni esistenti —mosaici di sinagoghe, affreschi di Dura Europos, catacombe ebraiche— sono posteriori al I secolo o appartengono a contesti di influenza greco-romana che le rendono utili ma non direttamente trasferibili.
Abbigliamento documentato e abbigliamento ricostruito
Conviene distinguere 2 operazioni che spesso si confondono.
Documentare l’abbigliamento del I secolo significa riunire e analizzare le prove disponibili: identificare quali materiali si sono conservati, quali tecniche di tessitura e di tintura sono state verificate, quali indumenti menzionano le fonti scritte, quali forme compaiono nell’iconografia dell’epoca. Il risultato è un insieme di dati, diseguale ma solido nei suoi punti migliori, su cui si può lavorare.
Ricostruire l’abbigliamento del I secolo è un’altra cosa. Significa colmare i vuoti: immaginare come si combinavano gli indumenti che conosciamo, proporre soluzioni per ciò che non si è conservato, estendere a un contesto quotidiano ciò che proviene da un contesto funerario o militare, applicare a Betlemme ciò che si è trovato a Masada. La ricostruzione non è illegittima —è, anzi, necessaria per qualsiasi rappresentazione visiva—, ma è un’operazione distinta dalla documentazione, e il lettore deve sapere in ogni momento quando siamo nell’una e quando nell’altra.
La differenza conta per una ragione pratica: quando uno studio presenta come documentato ciò che in realtà è ricostruito, il lettore perde la capacità di valutare da sé la solidità di ciò che gli viene detto. E quando uno scultore prende come base sicura ciò che in realtà è un’ipotesi plausibile, la figura che modella poggia su un fondamento che non ha la solidità che sembra avere.
Questo Manuale distinguerà sempre tra le due operazioni. Il documentato poggerà su riferimenti verificabili. Il ricostruito sarà presentato per ciò che è: una proposta ragionata, non una certezza. E quando non sarà possibile né documentare né ricostruire con un grado ragionevole di fiducia, si dirà che non lo sappiamo —senza che ciò significhi rinunciare a rappresentare, ma accettando che la rappresentazione, in quel punto, poggi su una decisione artistica più che su una prova.
I limiti di Betlemme e Gerusalemme
Qui compare un problema che il lettore deve capire prima di andare avanti, perché condiziona tutto ciò che segue.
La maggior parte dell’evidenza tessile diretta del I secolo proviene da luoghi aridi situati a est e a sud di Gerusalemme: Masada, le grotte di Nahal Hever, Wadi Murabba'at, Qumran. Questi siti hanno conservato materiali organici grazie a condizioni climatiche che non si danno a Betlemme né nella maggior parte di Gerusalemme, dove l’umidità relativa è considerevolmente più alta e la decomposizione della materia organica agisce con più efficacia.
Gerusalemme, dove si collocano scene importanti del ciclo —i Magi davanti a Erode, la Presentazione al Tempio—, ha restituito pochissima evidenza tessile diretta. Il caso di Akeldama è eccezionale proprio perché è eccezionale: un loculus funerario rimasto sigillato per 2.000 anni in una tomba che era stata saccheggiata. Non può essere preso come rappresentativo della conservazione generale a Gerusalemme.
Di Betlemme, dove si collocano le scene centrali della Natività —il rifugio, la mangiatoia, l’adorazione dei pastori, l’arrivo dei Magi—, non esiste evidenza tessile diretta nota per il I secolo. Questo non significa che Betlemme sia priva di storia materiale; significa che le condizioni di conservazione, la continuità di occupazione del luogo e la storia edilizia del sito non hanno preservato resti organici di quel periodo.
Questo invalida la ricerca? No. Ma obbliga a lavorare con ciò che nel capitolo precedente abbiamo chiamato prudenza. L’evidenza di Masada, Qumran o Nahal Hever appartiene allo stesso mondo materiale, alla stessa regione, a un’epoca vicina —Masada è posteriore di circa sessant’anni alla nascita; le grotte di Nahal Hever, di oltre un secolo— e in gran parte alle stesse tecniche tessili. Un tessuto di lana trovato a Masada non dimostra come vestisse un pastore a Betlemme, ma dimostra che quel tipo di lana, quella tecnica di tessitura e quella rifinitura esistevano nella Giudea del I secolo. La distanza tra il dato e la figura non è un abisso: è uno spazio che si può percorrere con criterio, purché non lo si salti senza avvertire.
Ciò che non si può fare è il contrario: prendere un’evidenza conservata in un luogo arido e trasformarla automaticamente nell’abito quotidiano di una scena collocata in un altro luogo, con un altro clima e altre condizioni di vita. Ogni trasferimento deve essere esplicito, ragionato e presentato per ciò che è.
L’assenza di resti non è assenza di abiti
Questo principio è già stato enunciato nel capitolo precedente come una delle tre distinzioni necessarie, ma qui conviene svilupparlo, perché riguarda direttamente diversi capitoli successivi.
La documentazione archeologica conserva ciò che le condizioni hanno permesso di conservare. Ciò che non è sopravvissuto non era necessariamente inesistente: era deperibile, è stato usato fino al logoramento, è stato riciclato o si è decomposto in un ambiente che non lo ha protetto. Questa asimmetria della documentazione non è un difetto della ricerca; è una caratteristica del materiale con cui si lavora.
Alcune conseguenze concrete:
Che non si conservino mantelli spessi di lana a Betlemme non significa che non si usassero. L’inverno nella zona di Betlemme e Gerusalemme, tra dicembre e febbraio, presenta temperature notturne che possono scendere sotto i 5 °C, con pioggia frequente e vento. Chiunque vivesse lì aveva bisogno di ripararsi dal freddo, e quel riparo doveva essere fatto di qualcosa. La lana spessa, la pelle di pecora o di capra, gli strati multipli di tessuto sono soluzioni che l’evidenza indiretta, la logica climatica e l’analogia con il mondo pastorale mediterraneo rendono più che plausibili.
Che non si conservino calze, fasce per le gambe o protezioni chiuse per i piedi non significa che i piedi fossero sempre scalzi o che i sandali aperti fossero l’unica opzione in ogni circostanza. Le calze di lana esistevano nel mondo antico. Le fasciae crurales romane proteggevano le gambe. La calzatura chiusa era conosciuta. Il capitolo sugli indumenti problematici tratterà queste questioni in dettaglio, ma il principio deve essere chiaro fin d’ora: non tutto ciò che manca nella documentazione mancava nella vita.
Che non si conservino capi intimi —camicie corte sotto la tunica, fasce di stoffa, bende pettorali, panni di protezione— non significa che il corpo fosse coperto direttamente da un solo strato di tessuto in ogni circostanza. La logica del vestire umano, in qualsiasi clima con variazione stagionale, tende alla stratificazione: strati che si mettono e si tolgono secondo l’ora, l’attività e la temperatura. Che quegli strati intermedi non siano giunti fino a noi dice più sulla conservazione che sul vestire.
Esiste anche il rischio opposto: l’assenza di resti non autorizza a inventare senza limiti. Che un tipo di indumento non si conservi non dimostra che esistesse. Ciò che il principio stabilisce è più modesto: che l’assenza di evidenza non è, da sola, un argomento contro l’esistenza. Quando inoltre la logica climatica, la funzione corporea, l’analogia comparativa o le fonti scritte puntano nella stessa direzione, la convergenza di fattori dimostrati —ciò che il metodo del Manuale chiama calcolo delle possibilità— permette di considerare l’esistenza più probabile dell’inesistenza. Il risultato, tuttavia, resterà un’inferenza ragionata —o, quando ricostruisce qualcosa il cui oggetto non si è conservato, una congettura fondata—, mai una prova, e così dovrà essere presentato.
Un inventario provvisorio
Prima di entrare nel dettaglio dei capitoli seguenti, può essere utile collocare in 3 categorie generali lo stato delle conoscenze sull’abbigliamento del I secolo nella regione che ci interessa. Tutte e tre corrispondono all’etichettatura canonica del Manuale —provato, dedotto dal contesto, sconosciuto— e qui vengono nominate per esteso per maggiore chiarezza espositiva.
Ciò che si può affermare con fermezza (provato). Le fibre principali erano la lana e il lino. La tessitura si eseguiva su telai verticali: quello a pesi, che nella regione cade in disuso alla fine del I secolo, e quello a due subbi, che allora si diffonde4. Le tinture esistevano e coprivano una gamma più ampia di quanto si immagini di solito: dai toni naturali del grezzo e del bruno fino all’azzurro del guado, al rosso della robbia, al giallo di diverse piante tintorie e, all’estremo del lusso, alla porpora del murice7. Gli indumenti di base erano la tunica —a manica corta o lunga, di lunghezza variabile secondo il genere e la condizione— e il mantello rettangolare che serviva da riparo, da letto e da rifugio. La calzatura abituale era il sandalo. Il capo si copriva, almeno in determinate circostanze. Il divieto dello shatnez —la mescolanza di lana e lino in uno stesso indumento— era rispettato: delle migliaia di tessuti esaminati in siti del periodo romano in Israele, non è stato recuperato neppure un solo pezzo di shatnez in contesto ebraico8. L’assenza si estende perfino a siti nabatei, cosa che Shamir spiega con il fatto che i tessuti prodotti nella regione erano in gran parte di fattura ebraica: la norma del produttore valeva anche per l’acquirente. Gli unici tessuti di shatnez ritrovati in Israele sono anteriori al periodo romano e sono stati associati alle vesti sacerdotali prescritte nella Bibbia ebraica. Le frange rituali (tzitzit) agli angoli del mantello erano un marcatore specificamente ebraico. E i sudari di lino ritrovati in sepolture del periodo —a 'En Gedi, Gesher Haziv, Gerico— sono di colore crema o beige, non bianchi: lo sbiancamento era un processo lungo e intenzionale che non va dato per scontato. Questa osservazione è importante perché mette in discussione la tendenza, radicata nella tradizione visiva, a rappresentare l’abbigliamento biblico con bianchi puliti e idealizzati.
Ciò che si può dedurre con cautela (dedotto dal contesto). La tunica maschile da lavoro era probabilmente più corta (sotto il ginocchio) di quella che la tradizione artistica cristiana mostra di solito (fino alle caviglie)9. La differenza tra abbigliamento maschile e femminile risiedeva più nella lunghezza, nella copertura del capo e in certi dettagli ornamentali che in una silhouette radicalmente diversa. Gli abiti invernali dovevano comprendere strati aggiuntivi, tessuti più spessi e probabilmente pelle o cuoio. L’abbigliamento ebraico non era radicalmente diverso da quello del mondo greco-romano circostante, ma una variante locale all’interno di un repertorio condiviso nel Mediterraneo orientale, con marcatori identitari propri.
Ciò che deve restare aperto (sconosciuto). L’aspetto esatto dei capi intimi. La protezione concreta di gambe e piedi d’inverno. L’uso di pantaloni o di calzoni nell’ambito ebraico quotidiano. La diffusione reale della seta come materiale di lusso estremo. Le varianti del vestire secondo il mestiere, al di là di ciò che le fonti menzionano in modo sparso. Il grado di standardizzazione o di variazione locale all’interno della Giudea e della Galilea del I secolo. Molte di queste questioni saranno trattate nei capitoli corrispondenti; alcune potranno progredire; altre dovranno rimanere questioni aperte.
Ciò che costruiranno i capitoli seguenti
Questo capitolo ha disegnato la mappa generale: quale terreno abbiamo, quale terreno ci manca, dove gli appoggi sono solidi e dove il suolo diventa incerto. Da qui in avanti la ricerca entra nella materia concreta.
Il prossimo capitolo si occuperà delle evidenze materiali: i tessuti scavati, le calzature conservate, gli strumenti di produzione. Non come un catalogo di pezzi, ma come un’analisi di ciò che quegli oggetti permettono di sapere e di ciò che non riescono a dire.
Poi un capitolo dedicato alla geografia collocherà quelle prove al loro posto: dove sono state trovate, perché si sono conservate lì e non altrove, e quale distanza c’è tra il sito in cui si è conservato un tessuto e la scena in cui si vuole collocare una figura.
In seguito, lo studio delle fonti scritte e dell’iconografia antica completerà il quadro: che cosa dicono i testi sugli abiti, che cosa mostrano le immagini del periodo e quali limiti ha ciascuna di queste fonti.
I 3 capitoli insieme —prove materiali, geografia, fonti scritte e immagini— costruiranno la base su cui i capitoli successivi studieranno gli indumenti concreti, i materiali, i colori, la produzione tessile e, infine, il passaggio dal dato archeologico alla decisione scultorea.
La mappa non sostituisce il territorio. Ma permette di sapere, prima di camminare, dove c’è suolo solido e dove bisogna mettere il piede con più cura.
Riferimenti
Sheffer, A. e Granger-Taylor, H. (1994). Textiles from Masada: A Preliminary Selection. In Masada IV: The Yigael Yadin Excavations 1963–1965, Final Reports. Israel Exploration Society. Catalogo NLI ↩
Yadin, Y. (1963). The Finds from the Bar Kokhba Period in the Cave of Letters. Israel Exploration Society. Cave of Letters — Wikipedia ↩
Shamir, O. e Sukenik, N. (2011). Qumran Textiles and the Garments of Qumran’s Inhabitants. Dead Sea Discoveries, 18, 206–225. Academia.edu ↩
Shamir, O. (2015). A Burial Textile from the First Century CE in Jerusalem Compared to Roman Textiles in the Land of Israel and the Turin Shroud. SHS Web of Conferences, 15. ResearchGate; Matheson, C. D. et al. (2009). Molecular Exploration of the First-Century Tomb of the Shroud in Akeldama, Jerusalem. PLoS ONE, 4(12), e8319. ↩
Fotografia: Chamberi (2013), «Clothes. Nahal Hever. Israel Museum, Jerusalem», Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 3.0. Scheda su Wikimedia Commons. ↩
Mappa di Emili Solé (didascalie e tracciato) su immagine di Google Earth. Image Landsat / Copernicus; Data SIO, NOAA, U.S. Navy, NGA, GEBCO. ↩
Koren, Z. C. (2005). Chromatographic Analyses of Selected Historic Dyeings from Ancient Israel. Dyes in History and Archaeology, 20, 194–201. Edelstein Center; Sukenik, N., Iluz, D., Shamir, O., Varvak, A. e Amar, Z. (2013). Purple-Dyed Textiles from Wadi Murabba’at. Archaeological Textiles Review, 55, 46–54. ↩
Shamir, O. (2017). Sha’atnez — The Biblical Prohibition Against Wearing Mixed Wool and Linen Together. In Textile Terminologies from the Orient to the Mediterranean and Europe, 1000 BC to 1000 AD. Academia.edu ↩
Taylor, J. E. (2018). What Did Jesus Look Like? Bloomsbury T&T Clark. Estratto pubblicato come What Did Jesus Wear? (Christian Evidence Society, 2021). Christian Evidence ↩