Che cosa rende autentico un presepe biblico?

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Un presepe non si improvvisa: si compone.
Non si copia: si interpreta.


Tra tradizione e verità

A Natale vediamo presepi molto diversi: familiari, popolari, monumentali, regionali, artistici o devozionali. Alcuni trasferiscono la nascita di Gesù nel mondo di chi li crea; altri cercano di avvicinarsi al mondo in cui il racconto colloca quella nascita.

Per questo, dopo aver aperto la domanda sul presepe biblico, conviene fare un passo in più:
che cosa intendiamo qui per autenticità quando parliamo di un presepe biblico?

Non si tratta di cercare una purezza impossibile né di immaginare che tutto possa risolversi con esattezza assoluta. Non si tratta nemmeno di disprezzare la tradizione artistica, che per secoli ha dato forma visibile alla nascita di Gesù con autentica forza.

Ma una cosa è riconoscere il valore di quella tradizione, e un’altra ben diversa confonderla automaticamente con il mondo storico in cui si colloca il racconto.

Parlare qui di autenticità non significa aspirare a una ricostruzione archeologica chiusa. Significa cercare che la scena nasca da una comprensione più consapevole: del racconto che si rappresenta, del mondo in cui quel racconto accade e delle decisioni visive che danno forma alla scena.

Un presepe biblico non è più autentico perché sembri più antico, più orientale o più estraneo al nostro sguardo. Lo è quando le sue forme, i suoi personaggi, i suoi spazi e la sua atmosfera rispondono a una domanda più profonda: quale storia sto raccontando e da quale mondo voglio renderla visibile.


Nota sulle immagini del Manuale Le immagini incluse in questo Manuale provengono, ogni volta che è stato possibile, da opere di pubblico dominio, collezioni museali aperte o archivi storici. Non le ho scelte per additare opere o autori contemporanei concreti, ma per studiare come certe immagini della nascita di Gesù si siano formate, trasmesse e ripetute nel corso del tempo. Per questo motivo ho deciso di non utilizzare figure né presepi particolari attuali come esempi di analisi critica. Non si tratta di dire che un’opera concreta «è sbagliata», ma di comprendere da dove vengono le forme visive che l’arte del presepe ha ereditato e come siano diventate ciò che oggi riconosciamo come «questo viene da qui». In questo Manuale interessa studiare le fonti, non le conseguenze: i dipinti, le sculture, le incisioni, le illustrazioni, i documenti visivi e le tradizioni artistiche che, per secoli, hanno alimentato il nostro modo di immaginare il mondo biblico.


L’autenticità non dipende solo dall’aspetto

Un presepe biblico non si definisce per il fatto di dare alle figure un’aria orientale né di aggiungere alcuni elementi antichi a una scena già conosciuta.

Possono esserci vesti «orientaleggianti», muri di pietra, palme o qualche architettura dall’aspetto remoto, e trattarsi ancora di un’immagine più ereditata che pensata.

L’autenticità non dipende solo dall’aspetto esteriore. Dipende dalla coerenza interna della rappresentazione: quale storia si racconta, in quale mondo si colloca e quale relazione intrattengono tra loro il racconto, il contesto e la forma.

Non è indifferente immaginare una casa, una grotta, un cortile, una stalla, una lampada, un tessuto, un recipiente, una mangiatoia o un sentiero. Ogni oggetto introduce un’idea del mondo rappresentato. Ogni decisione visiva avvicina o allontana la scena dalla realtà culturale, materiale e umana in cui vogliamo collocarla.

Per questo un presepe biblico non comincia quando la scena «sembra antica», ma quando comincia a essere costruita con maggiore consapevolezza del mondo a cui rimanda.

Maria tiene in braccio il Bambino appena nato in un ambiente buio, in un’opera di James Tissot.
James Tissot, The Birth of Our Lord Jesus Christ (La nativité de Notre-Seigneur Jésus-Christ), 1886–1894. Gouache su carta grigia, 14,3 × 17,1 cm. Brooklyn Museum, inv. 00.159.24. Tissot cercò un’immagine più documentata della Terra Santa, ma la sua Natività appartiene anche allo sguardo orientalista del XIX secolo. Un’immagine può nascere da una volontà rigorosa e restare, in parte, un’immagine ereditata. 1

Che cosa intendiamo qui per presepe biblico

In questo Manuale, un presepe biblico è una rappresentazione artistica della nascita di Gesù ambientata, nella misura del possibile, nella Giudea del I secolo.

Ciò implica cercare di collocare la scena nella sua terra, nella sua cultura, nel suo modo di vivere e nel suo orizzonte religioso, senza limitarsi a ripetere formule visive ereditate. Non si tratta di rivestire il presepe di un’aria vagamente orientale né di trasformarlo in una scenografia esotica. Si tratta di avvicinarsi con maggiore attenzione al mondo reale in cui il racconto colloca Maria, Giuseppe, i pastori e la nascita stessa di Gesù.

L’espressione presepe biblico non significa che tutto si possa sapere con certezza. Molte cose si possono ricostruire solo in modo ragionevole, confrontando dati, fonti e contesti. Ma significa che la scena non si costruisce a partire da una qualsiasi immagine accumulata dall’abitudine, bensì da una volontà di comprensione.

Un presepe biblico non sostituisce la tradizione con l’archeologia. Né trasforma la creazione artistica in un plastico documentario. Ciò che fa è chiedere alla tradizione una lettura più attenta, e all’immaginazione una base più vera.


Veduta aerea storica di Betlemme, con edifici di pietra e tetti in prevalenza piani.
Veduta aerea di Betlemme, 1937.
Fotografia di Zoltan Kluger. Tetti piani, volumi cubici, pietra chiara e una città adattata alle colline a terrazze. L’immagine non serve a ricostruire la Betlemme del I secolo, ma serve a mettere in discussione una convenzione: dov’è la cupola rotonda che tanti presepi di stile «ebraico» hanno trasformato in segno automatico del biblico? Non compare come tratto dominante perché proviene da un altro immaginario: un’architettura orientalizzata di radice araba e ottomana, filtrata dall’orientalismo europeo del XIX secolo e fissata poi dal cinema, dall’illustrazione devozionale e dalla ripetizione presepiale. Tra il tempo di Gesù e quel mondo corrono più di 6 secoli. 2

Il racconto e il mondo: due assi che non conviene confondere

L’autenticità di un presepe biblico si regge su due assi che conviene non mescolare.

Uno è il racconto: ciò che i vangeli di Matteo e di Luca narrano, suggeriscono o tacciono sulla nascita di Gesù. Questo asse ha un capitolo proprio più avanti, dove il testo evangelico è trattato per ciò che è per il presepista: un copione che deve essere letto con attenzione.

L’altro è il mondo in cui quel racconto si colloca: la Giudea del I secolo, con il suo quadro storico, la sua cultura materiale e gli uomini e le donne concreti che la abitarono.

I due assi sono necessari

Se badiamo solo al racconto, possiamo fermarci a una scena devozionale senza mondo. Se badiamo solo al contesto storico, possiamo costruire un’ambientazione corretta ma senza anima narrativa. Il presepe biblico ha bisogno di entrambe le cose: una storia riconoscibile e un mondo verosimile in cui quella storia possa prendere corpo.

Questo capitolo 2 si occupa soprattutto del secondo asse: il mondo che rende possibile la scena.

Frammento del papiro P1 con testo greco del Vangelo di Matteo.
L’asse del racconto. Papyrus 1 (P1), recto: Matteo 1,1–9.12. III secolo d.C. University of Pennsylvania Museum, inv. E2746. Pubblico dominio.
L’inizio del racconto della Natività nella sua forma materiale più antica conservata: papiro egiziano, scrittura continua senza separazione tra le parole. Il presepista ha bisogno di questo asse: sapere con precisione che cosa narra il testo, che cosa suggerisce e che cosa tace. 3
Plastico di Gerusalemme nel periodo del Secondo Tempio.
L’asse del mondo. Plastico di Gerusalemme nel periodo del Secondo Tempio, scala 1:50, c. 66 d.C. Israel Museum, Gerusalemme. Wikimedia Commons. CC BY-SA.
Il mondo materiale in cui il racconto si colloca: la Giudea sotto il dominio romano, con la sua architettura, la sua topografia e la sua vita quotidiana. Senza questo asse, la scena può restare senza mondo. 4

Nota esplicativa
Prima di entrare in questi piani, conviene ricordare una cosa semplice: l’artista non rappresenta soltanto ciò che vede; rappresenta anche a partire da ciò che crede di sapere.
Se immagina Betlemme come una terra sempre calda, le sue figure, le sue vesti, la sua luce e la sua atmosfera nasceranno da quell’idea. Se comprende che Betlemme e Gerusalemme possono essere fredde e piovose d’inverno, la scena richiederà altre decisioni.
Per questo l’autenticità comincia anche dal rivedere le immagini previe da cui creiamo. Questa questione sarà sviluppata più in dettaglio nei prossimi capitoli, parlando di riferimenti, memoria visiva e immaginazione.

I Magi attraversano un paesaggio arido con i loro cammelli in un’opera di James Tissot.
James Tissot, The Magi Journeying (Les rois mages en voyage), 1886–1894.Gouache su grafite su carta velina grigia, 20,2 × 29,2 cm. Brooklyn Museum, inv. 00.159.30. Pubblico dominio. 5
Betlemme coperta di neve in una fotografia scattata nel febbraio 1921.
American Colony Photo Department, Bethlehem and surroundings. Bethlehem in snow, 25 febbraio 1921.Collezione Matson, Library of Congress, LC-DIG-matpc-05487. Nessuna restrizione nota alla pubblicazione. 6

Tissot dipinse il paesaggio arido e caldo che separa Gerusalemme da Gerico: ocra, cammelli, luce di deserto. La fotografia mostra Betlemme d’inverno, a meno di 30 chilometri. Betlemme si trova a 762 metri di altitudine, riceve più di 500 mm di pioggia all’anno e vi può nevicare. Il confronto non pretende di contrapporre arte e documento, ma di indicare qualcosa di più semplice: un’idea previa condiziona la rappresentazione. Se chi crea immagina la Terra Santa come un deserto perpetuo, quell’idea inciderà sulla luce, sulle vesti, sull’atmosfera e sulla postura delle figure. L’artista non rappresenta solo ciò che vede: rappresenta anche a partire da ciò che crede di sapere.


I piani di autenticità del mondo rappresentato

1. Il quadro storico e sociale

La nascita di Gesù non accade in un tempo astratto né in una terra immaginaria. Si colloca in un momento concreto: una Giudea sotto il dominio romano, con tensioni politiche, disuguaglianze sociali e un’identità religiosa molto marcata.

Rappresentare quella scena con maggiore verità esige, almeno, di non cancellare quel quadro.

Questo non significa riempire il presepe di spiegazioni storiche. Una scena non deve trasformarsi in una lezione illustrata. Ma l’artista che la compone ha bisogno di sapere da dove lavora. Non è la stessa cosa immaginare una nascita in un villaggio europeo idealizzato e collocarla in una terra sottomessa, povera, religiosa e attraversata da speranze profonde.

La storia non compare solo nei grandi edifici o nei personaggi potenti. Compare anche nella piccolezza di un’abitazione, nella povertà di alcuni oggetti, nella forma di un sentiero, nella presenza di alcuni pastori o nel modo di intendere la famiglia, l’ospitalità, il lavoro e l’attesa.

2. La cultura materiale

Le case, i muri, i recipienti, i tessuti, gli attrezzi, le mangiatoie, l’illuminazione, i sentieri e gli spazi domestici non sono ornamenti secondari. Fanno parte del mondo visibile in cui la storia prende corpo.

Anche l’autenticità passa da qui: dalla materia quotidiana di una società concreta.

Una lampada, un vaso, un mantello, una porta, una parete o una zona d’ombra possono sembrare dettagli minori. Ma in una scena ben pensata non sono semplici complementi. Aiutano a dire dove siamo, quale tipo di vita circonda i personaggi e quale mondo sostiene silenziosamente il racconto.

Il problema non sta nel fatto che una scena sia semplice. Al contrario: la nascita di Gesù chiede molte volte semplicità. Il problema compare quando quella semplicità nasce da formule ripetute senza una relazione chiara con il mondo che si pretende di rappresentare.

Non basta mettere pietra, legno o stoffe rustiche. Occorre chiedersi quale pietra, quale legno, quali tessuti, quali modi di abitare e quali oggetti abbiano senso all’interno di quel contesto.

3. L’identità ebraica dei protagonisti

Maria, Giuseppe, i pastori e i loro vicini erano ebrei del I secolo. Non erano personaggi generici di un Natale idealizzato, né contadini europei di epoche successive, né figure orientali costruite a partire dalla fantasia.

Questa differenza non è decorativa. Incide sul modo di vestire, di abitare, di spostarsi, di lavorare, di pregare e di collocarsi nel mondo.

Incide anche sul modo di comprendere il racconto. La nascita di Gesù non accade in un vuoto religioso. Appartiene a un popolo con una memoria, con delle Scritture, con delle pratiche, con una speranza e con una relazione concreta con Dio, con la Legge, con il tempio e con le promesse ricevute.

Per questo rappresentare Maria, Giuseppe o i pastori come ebrei del loro tempo non consiste nell’aggiungere segni esteriori di «antichità». Consiste nel non strapparli dal mondo che dà loro spessore umano e spirituale.

Il presepe biblico non cerca personaggi travestiti da antichi. Cerca figure che possano essere comprese all’interno della loro terra, della loro cultura e della loro storia.

4. La condizione umana della scena

L’autenticità non si esaurisce nel dato storico né nella cultura materiale. Ha a che fare anche con la condizione umana dei protagonisti.

La nascita di Gesù non è un’immagine idealizzata senza spessore. È una scena attraversata da vulnerabilità, attesa, povertà, cura e promessa.

Maria non è soltanto una figura collocata accanto al Bambino. Giuseppe non è soltanto un accompagnatore necessario per completare la composizione. I pastori non sono soltanto personaggi popolari che animano la scena. Tutti appartengono a una situazione umana concreta.

C’è stanchezza, incertezza, intemperie, protezione, silenzio, attenzione, fede. C’è una nascita reale, in condizioni umili, all’interno di una storia che non si comprende del tutto dall’esterno.

Se questa dimensione umana scompare, la scena può restare bella, amabile o decorativa, ma perde profondità. La fedeltà biblica non consiste solo nell’azzeccare gli oggetti. Consiste anche nel non cancellare la fragilità dell’avvenimento che si rappresenta.

Interno domestico di Betlemme parzialmente scavato nella roccia, con una madre e un neonato.
Betlemme, ca. 1920–1933. American Colony Photo Department, Bethlehem and surroundings. Bethlehem. A manger home. Room, part cave. Swaddled baby & dove-cote. Collezione Matson, Library of Congress, LC-DIG-matpc-02604. Nessuna restrizione nota alla pubblicazione.
La fotografia non ricostruisce la Betlemme del I secolo, ma permette di guardare qualcosa di importante: una scena non nasce solo da grandi simboli, ma da spazi domestici, muri, zone scavate, animali, tessuti e gesti di cura. La cultura materiale non è un ornamento aggiunto al racconto; è il mondo visibile in cui la vita prende corpo. 7

Perché molte immagini ereditate non bastano

La difficoltà non sta solo nella mancanza di documentazione. Sta anche nella forza delle immagini ereditate.

Per secoli il presepe è stato modellato da tradizioni molto diverse: barocche, di costume, regionali, devozionali, orientaliste o teatrali. Tutto ciò ha dato vita a un patrimonio visivo ricchissimo, ma non sempre coerente con la Giudea del I secolo.

Per questo compaiono ancora con naturalezza scene in cui convivono:

  • edifici medievali, alpini o regionali con figure dall’aria orientale;
  • vesti teatrali o lussuose estranee alla realtà materiale del racconto;
  • personaggi seminudi in scene invernali, quando a Betlemme il freddo e la pioggia fanno parte del paesaggio stagionale;
  • rappresentazioni di Gesù Bambino nudo e con una presenza corporea più propria di un bambino di qualche mese che di un neonato. Benché queste immagini possano avere un’intenzione simbolica all’interno della tradizione artistica, mostrano come un’immagine ereditata possa sostituirsi alla lettura diretta di Luca, dove Maria avvolge il neonato in fasce di stoffa prima di deporlo nella mangiatoia. Questo punto sarà trattato più in dettaglio nel blocco Scene della Natività di Gesù, nella pagina dedicata a quella scena;
  • Magi costruiti più a partire dalla fantasia iconografica che da una lettura attenta del testo biblico.

Nulla di tutto ciò invalida il valore estetico, devozionale o culturale di altre tradizioni. Alcune hanno prodotto opere di enorme bellezza e fanno parte della storia viva del presepe.

Ma quando ciò che si cerca è un presepe biblico con maggiore coerenza storica, narrativa e umana, occorre riconoscere che quelle immagini da sole non bastano.

Un’immagine può essere ereditata, amata e preziosa, e al tempo stesso non essere sufficiente per rappresentare con verità il mondo biblico a cui dice di rimandare.

Il problema compare quando le immagini ereditate smettono di essere guardate criticamente. Si ricevono, si ripetono e si difendono come se fossero evidenti. Allora la tradizione visiva smette di agire come una tradizione viva e diventa automatismo.

Non è che quelle immagini siano prive di valore. È che, quando non vengono esaminate, possono finire per pesare più del racconto stesso che dicono di rappresentare.

Il neonato avvolto in fasce e sorretto da due donne in un dipinto di Georges de La Tour.
1. Il neonato in fasceGeorges de La Tour, Il neonato, c. 1645, Musée des Beaux-Arts, Rennes. 8
Adorazione dei pastori illuminata da una lampada in un dipinto di Rembrandt.
2. Notte, lampada e raccoglimentoRembrandt van Rijn, Adorazione dei pastori, c. 1646, Alte Pinakothek, Monaco di Baviera. 9
Adorazione dei pastori con il Bambino nudo e luminoso in un dipinto di Murillo.
3. Il Bambino nudo come immagine simbolica ereditataBartolomé Esteban Murillo, Adorazione dei pastori, c. 1650–1660, Museo del Prado, Madrid. 10

Stesso secolo, tre letture dello stesso racconto. In La Tour il Bambino è avvolto in fasce: è un neonato. In Rembrandt è appena visibile, ma avvolto e circondato dalle braccia di Maria, e la luce proviene da una lampada a olio retta da Giuseppe — non da un fulgore soprannaturale—: egli non è spettatore, ma colui che rende possibile agli altri vedere il Bambino. In Murillo è nudo, sveglio e luminoso di per sé: un’immagine di grande forza devozionale, ma che non segue più Luca, bensì una convenzione pittorica che lo ha soppiantato.

Confronto visivo sul neonato e sulla funzione di Giuseppe.

La tradizione artistica non ha sempre rappresentato Gesù Bambino nello stesso modo.

In molte opere il Bambino appare nudo, sveglio e con una presenza corporea più propria di un bambino di qualche mese che di un neonato.

Questa immagine può avere un’intenzione simbolica all’interno della tradizione cristiana, ma mostra anche come una forma ereditata possa sostituirsi alla lettura diretta di Luca, dove Maria avvolge il neonato in fasce di stoffa prima di deporlo nella mangiatoia.

L’immagine del bambino in fasce permette di ricordare il gesto umano della cura.

Nell’Adorazione dei pastori di Murillo, Giuseppe resta soprattutto un testimone contemplativo della scena.

Nell’Adorazione dei pastori di Rembrandt, il suo ruolo cambia: Giuseppe partecipa in modo attivo: regge la lampada a olio. E non è un dettaglio minore. Illuminando il neonato, Giuseppe non solo «sta» nella scena; aiuta a rivelare ciò che sta accadendo. La luce passa attraverso il suo gesto. Questo gli conferisce una funzione compositiva, umana e quasi teologica: non è uno spettatore aggiunto, ma parte della cura e della manifestazione del Bambino.

Il problema non è la tradizione visiva in sé, ma smettere di chiedersi che cosa dica ogni immagine, da dove provenga e quale relazione intrattenga con il racconto che afferma di rappresentare.


Non ogni interpretazione pone lo stesso problema

Conviene distinguere con chiarezza tra diversi modi di rappresentare la nascita di Gesù.

Una cosa è un’interpretazione folclorica regionale — provenzale, tirolese, napoletana, catalana, madrilena, bavarese o di qualsiasi altra tradizione locale—. In questi casi lo spostamento è evidente: nessuno si aspetta che quelle scene si presentino come ricostruzione storica della Giudea del I secolo. Sono traduzioni culturali e devozionali del racconto, e la loro verità appartiene a un altro ordine.

Un’altra cosa è un’interpretazione libera o contemporanea, persino astratta. Anche qui può esserci una lettura preziosa, purché si riconosca come interpretazione artistica e non come rappresentazione storica.

Il problema compare altrove: quando una scena o alcune figure si presentano come «ebraiche», «bibliche», «autentiche» o quasi archeologiche, e in realtà rispondono a convenzioni visive successive, molte volte ereditate senza esame critico.

Allora la questione non è più solo stilistica. È una questione di chiarezza.

Un’interpretazione può essere legittima anche se non è storica. Ciò che non conviene è rivestirla di un’autorità storica che non può sostenere.

Non si tratta, dunque, di sostituire una convenzione con un’altra. Non si tratta di cambiare un’estetica europea con un’estetica «ebraizzante» e considerare risolto il problema. Si tratta di imparare a rappresentare a partire da una comprensione più vera.

Presepe napoletano con architetture, figure e scene di vita quotidiana.
Presepe napoletano, XVIII-XIX secolo. Museo Nacional de Artes Decorativas, Madrid. Fotografia di Daderot, Wikimedia Commons. Opera di pubblico dominio.
Il presepe napoletano non pretende di ricostruire la Giudea del I secolo. Trasferisce la nascita di Gesù in un mondo culturale proprio, pieno di architetture, vesti, mestieri, gesti e vita quotidiana della tradizione napoletana. Per questo funziona come trasposizione consapevole del racconto. Il problema non sta nel trasferire la scena in un altro mondo, ma nel presentare una trasposizione come se fosse una ricostruzione storica del mondo originale. 11

Lo stile ebraico: ciò che dice di essere e ciò che è

Conviene distinguere due cose che quasi sempre si dicono come se fossero la stessa.

Una cosa è ciò che lo stile ebraico dice di essere. Un’altra cosa è ciò che lo stile ebraico è.

Questa distinzione non nasce da un rifiuto, ma da un bisogno di chiarezza. Nella storia delle arti nessuno stile vive fuori dal tempo. Ogni linguaggio compare in un contesto, risponde a certe domande, raggiunge il suo momento di pienezza e, prima o poi, lascia il posto a nuovi modi di guardare.

Che uno stile sia superato non significa che perda il suo valore. Il Barocco non perde la sua grandezza perché dopo arriva il Classicismo. Bach non è peggiore di Mozart perché Mozart appartiene a un altro orizzonte musicale. Sono mondi diversi, con domande diverse, con modi diversi di comprendere la composizione, l’equilibrio, l’emozione e il tempo.

Con l’arte del presepe accade qualcosa di simile. Il cosiddetto stile ebraico appartiene a una fase concreta della storia del presepe. A suo tempo volle allontanarsi dal presepe popolare europeo e avvicinarsi al mondo biblico. Quell’intenzione ebbe senso. Ma una fase non può restare congelata come se fosse la risposta definitiva.

Il presepe biblico non nasce contro lo stile ebraico. Nasce dopo di esso. Lo riconosce come un tentativo precedente, ma non può limitarsi a ripeterlo.

Ciò che lo stile ebraico dice di essere è una rappresentazione fedele alla terra e al tempo della nascita di Gesù. Da qui il suo prestigio: di fronte al presepe popolare — che traspone la scena nel paesaggio pirenaico, napoletano, arlesiano, bavarese o di qualsiasi altra tradizione locale senza dissimularlo—, quello ebraico si presenta come quello che è tornato all’originale. È questa la sua pretesa.

Ma ciò che è, se si segue la pista della provenienza delle sue forme, è un’altra cosa. È una convenzione visiva accumulata soprattutto tra il XIX e il XX secolo, costruita con materiali che non provengono direttamente dalla Giudea del I secolo e che non sempre sono nemmeno materiali propriamente ebraici.

I grandi apporti che hanno dato forma a quell’immagine sono diversi.

Il primo è la pittura orientalista europea del XIX secolo. Holman Hunt, James Tissot e molti illustratori di bibbie ottocentesche viaggiarono in Terra Santa e tornarono con un’immagine dell’Oriente segnata dal loro stesso tempo: tuniche lunghe e vaporose, turbanti elaborati, barbe patriarcali, posture solenni, paesaggi aridi, rovine, cammelli, tende e figure ferme in una sorta di antichità immaginata.

Quell’immagine non ritraeva l’ebreo galileo del I secolo. Ritraeva, molte volte, il contadino ottomano, il beduino o l’abitante contemporaneo della Palestina visto attraverso il gusto romantico, religioso e coloniale del Nord Europa. Tuttavia, quell’immagine divenne a poco a poco un modello visivo di come «dovesse essere» il mondo biblico.

Gesù tra i dottori del tempio nel dipinto di William Holman Hunt.
William Holman Hunt, The Finding of the Saviour in the Temple, 1860. Olio su tela. Birmingham Museums Trust, inv. 1896P80. Pubblico dominio.
Hunt volle dare alla scena biblica un aspetto più documentato e vicino alla Terra Santa, ma l’immagine continua ad appartenere all’orizzonte visivo del XIX secolo: una ricostruzione immaginata del mondo biblico filtrata dall’orientalismo europeo, dalla teatralità vittoriana e dal desiderio di vedere nell’Oriente un’antichità viva. Questo tipo di opere contribuì a fissare un’idea del «biblico» che poté poi passare all’illustrazione devozionale, al cinema e alla stessa arte del presepe. 12

Il secondo apporto è il cinema. The King of Kings di Cecil B. DeMille, Ben-Hur, The Greatest Story Ever Told o il Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli fissarono nell’immaginario moderno un modo di vestire, di muoversi, di guardare e di illuminare il mondo della Bibbia.

Questi film non si limitarono a raccontare storie. Crearono una grammatica visiva. I loro mantelli, i loro colori, i loro gesti, le loro barbe, le loro tuniche, i loro gruppi di pastori e i loro ambienti desertici entrarono a far parte di ciò che molte persone riconobbero poi come «biblico». L’arte del presepe assorbì quell’immagine e la riprodusse, a volte in modo diretto.

Buona parte di ciò che oggi identifichiamo come «aria ebraica» in una figura non proviene da uno studio storico del I secolo, ma da quell’immaginario visivo accumulato dalla pittura, dall’illustrazione devozionale e dal cinema.

Manifesto del film The King of Kings del 1927.
Cecil B. DeMille, The King of Kings, 1927. Manifesto cinematografico. Pathé Exchange. Pubblico dominio negli Stati Uniti.
Il cinema biblico classico non si limitò a raccontare episodi religiosi: fissò un modo di immaginare visivamente il mondo della Bibbia. Le sue tuniche, le barbe, i gesti solenni, le composizioni monumentali e gli ambienti orientaleggianti entrarono a far parte di ciò che molte persone riconobbero poi come «biblico». Parte di quell’immaginario giunse anche all’arte del presepe, dove poté confondersi con un’autenticità storica che in realtà proveniva dalla cultura visiva moderna.
DeMille ingaggiò consulenti religiosi, commissionò ricerche archeologiche e cercò l’autenticità storica. Il risultato fu un’immagine di Gesù costruita sulla tradizione pittorica occidentale: tunica bianca, capelli lunghi, barba simmetrica, portamento solenne. Quell’immagine non proviene da alcuna fonte del I secolo; proviene dai Cristi del Rinascimento italiano e del Barocco nordico trasferiti sulla pellicola. The King of Kings la diffuse in tutto il mondo — proiettata per decenni in chiese, scuole e missioni in tutti i continenti— e ne fece il riferimento visivo del biblico per intere generazioni di illustratori, catechisti e presepisti.
I fotogrammi di Ben-Hur (1959) e di The Greatest Story Ever Told (1965) sono ancora coperti da copyright. 13 14

Il terzo apporto è la proiezione etnografica. Alla fine del XIX secolo e per buona parte del XX, viaggiatori, fotografi, archeologi, missionari e studiosi descrissero spesso le usanze contadine o beduine della Palestina come se fossero una sopravvivenza quasi intatta dell’epoca biblica.

Da lì nacque un’idea molto persistente: che per immaginare un pastore del tempo di Gesù bastasse osservare un beduino del XIX o del XX secolo. Ma questa identificazione è problematica. 2000 anni non passano invano, nemmeno nelle società tradizionali. Inoltre, gli ebrei della Giudea e della Galilea del I secolo non erano beduini del deserto moderno.

La proiezione fu potente e lasciò il segno. Contribuì a fissare un’immagine dell’«Oriente biblico» che sembrava antica perché era rurale, povera o tradizionale, ma che non poteva confondersi senz’altro con il mondo storico della nascita di Gesù.

Pastori beduini fotografati in Palestina tra il 1898 e il 1946.
Beduin [i.e., Bedouin] shepherds, Palestina, tra il 1898 e il 1946.
Fotografie come questa contribuirono a fissare un’immagine moderna del «pastore biblico»: rurale, povero, tradizionale e apparentemente fuori dal tempo. Ma l’immagine non documenta la Giudea del I secolo. Documenta una realtà beduina e palestinese moderna che fu spesso utilizzata come analogia visiva per immaginare il mondo della Bibbia. È qui il problema della proiezione etnografica: confondere un’apparente sopravvivenza culturale con una finestra diretta sul passato biblico. 15
Pastore con il suo gregge all’inizio del XX secolo.
Pastore, c. 1900–1920.
L’archivio stesso intitola questa fotografia «che illustra “Mi guida per sentieri di giustizia”, dal Salmo 23». Non documenta la Giudea del I secolo: documenta un pastore palestinese dell’inizio del XX secolo. Ma il fotografo — e coloro che comprarono e pubblicarono l’immagine— lo avevano già trasformato in qualcosa di diverso: una prova visiva che il mondo biblico continuava a vivere, quasi intatto, davanti ai loro occhi. Quel gesto di proiezione è esattamente quello che l’arte del presepe ha ereditato: un’immagine che sembra antica perché è rurale e povera, ma che appartiene a un altro tempo e a un’altra cultura. 16
Pastore palestinese nei campi vicini a Betlemme negli anni Trenta del XX secolo.
Betlemme da est. Campi dei pastori, figura di pastore, tra il 1934 e il 1939.
American Colony Photo Dept. Collezione Matson. Library of Congress. Nessuna restrizione nota alla pubblicazione. Rif. matpc 22262.
Questa fotografia documenta un pastore palestinese degli anni Trenta del XX secolo nei dintorni di Betlemme — non il pastore ebreo del I secolo che i vangeli collocano nel racconto della Natività. Tra l’uno e l’altro corrono 20 secoli di trasformazioni nella lingua, nella cultura, nella religione e nel modo di vivere. Tuttavia, immagini come questa furono lette per decenni come se fossero una finestra diretta sul mondo biblico: sembravano antiche perché erano rurali, povere o tradizionali. Quel gesto di proiezione — confondere il contemporaneo con lo storico perché entrambi condividono povertà o semplicità— è esattamente quello che l’arte del presepe ha ereditato. 17 A ciò conviene aggiungere un quarto ingrediente, più discreto ma decisivo: la ripetizione tra botteghe. Le botteghe copiano dalle botteghe precedenti. Un indumento che uno scultore mise a una figura 80 anni fa perché lo aveva visto in un’incisione, in un film, in un’immaginetta o in una figura altrui, ricompare nel catalogo successivo, e in quello dopo, e in quello dopo ancora. Con il tempo, ciò che nacque come interpretazione diventa consuetudine. Poi la consuetudine acquista un’apparenza di verità.

Così si formano molte convenzioni visive. Non per una decisione consapevole e documentata, ma per accumulo, ripetizione e oblio dell’origine.

Pagina di un catalogo commerciale francese di figure da presepe della fine del XIX secolo.
Catalogo di figure da presepe, ditta Auguste Peaucelle-Coquet Fils, c. 1895–1900.
Fascicolo commerciale, 16 pagine. Wikimedia Commons. Pubblico dominio.
Uno stesso tipo di pastore, riprodotto in serie, in diverse misure e a diversi prezzi, distribuito per catalogo a botteghe e negozi di tutta Europa. Ecco il meccanismo nella sua forma più letterale: una figura nasce come interpretazione di qualcuno, entra in un catalogo, e da quel catalogo passa alla bottega successiva, e a quella dopo. Con il tempo nessuno ricorda da dove sia venuto l’indumento, il gesto o l’oggetto. Ciò che nacque come decisione diventa consuetudine. Ciò che fu consuetudine acquista un’apparenza di verità. 18

C’è ancora un disagio nel nome stesso. Dire «ebraico» evoca facilmente gli israeliti dell’Antico Testamento: Abramo, Mosè, Davide, i patriarchi, l’Esodo, gli antichi regni di Israele e di Giuda. Ma la nascita di Gesù si colloca nel mondo ebraico della Giudea e della Galilea del I secolo, dopo trasformazioni profonde nella cultura materiale, nella lingua, nella religione, nell’architettura, nelle istituzioni e nella vita quotidiana.

Un sommo sacerdote del tempio erodiano non vestiva come Abramo. Un contadino galileo del tempo di Gesù non viveva come un patriarca seminomade. E un pastore ebreo dei dintorni di Betlemme non può essere immaginato senz’altro come un beduino del Negev nel 1920.

Usare «ebraico» come etichetta introduce già una confusione prima di cominciare. Sembra dare precisione biblica, ma in realtà mescola epoche, popoli, immagini e tradizioni molto diverse.

Il paradosso, se lo si guarda con calma, è questo: molte interpretazioni non bibliche sono più oneste di quanto a volte sembri, proprio perché non nascondono il loro spostamento.

Il presepe in cui Maria e Giuseppe compaiono in un paesaggio pirenaico, napoletano, provenzale, tirolese o bavarese non pretende di essere una ricostruzione storica della Giudea del I secolo. È una trasposizione culturale e devozionale del racconto: porta la nascita di Gesù nel mondo di chi lo crea e lo contempla.

Per questo il presepe popolare, regionale o di costume funziona per ciò che è: una preghiera visiva di un popolo, di una regione, di una tradizione concreta, non una ricostruzione archeologica del I secolo.

Esistono anche presepi contemporanei di carattere rivendicativo che utilizzano la tradizione natalizia per leggere criticamente il presente: la povertà, la guerra, la casa, lo spopolamento, la solitudine o l’ingiustizia sociale. In questi casi lo spostamento non viene nascosto nemmeno. La scena non dice «così fu storicamente», ma «questo continua a parlare di noi».

Per questo possono funzionare per ciò che sono: trasposizioni culturali, devozionali, sociali o simboliche del racconto.

Il problema compare quando una rappresentazione si presenta come ritorno al mondo originale e, tuttavia, si appoggia su convenzioni visive successive che non provengono realmente dalla Giudea del I secolo. Per molto tempo il cosiddetto stile ebraico ha occupato questo posto: quello dell’«autentico», del «biblico», di ciò che presumibilmente restituisce la nascita di Gesù al suo scenario vero. Ma questa identificazione deve essere rivista. Una scena non è più autentica per il fatto di abbandonare il paesaggio regionale e adottare un aspetto orientalizzante. Lo è soltanto se le sue decisioni visive nascono da una comprensione più rigorosa del racconto, del contesto e del mondo umano che vuole rappresentare.

Il presepe ebraico fa una promessa diversa. Non dice semplicemente: «traduco il racconto nel mio mondo». Dice, in modo esplicito o implicito: «mi avvicino al mondo originale». Lì comincia il problema.

Perché, se promette storicità, deve poterla sostenere. E quando se ne esaminano le forme, si vede che molte di esse provengono da immaginari successivi: orientalismo europeo, illustrazioni bibliche ottocentesche, cinema religioso, proiezioni etnografiche e ripetizione di bottega.

Per questo si può dire che il presepe ebraico fa una promessa che non può mantenere del tutto: dice di ricostruire quando in realtà stilizza. E stilizza, per di più, a partire da materiali visivi che non provengono direttamente dal mondo che afferma di rappresentare.

Non si tratta di una cattiva tradizione. Non lo è. Ha momenti di bellezza, ha prodotto opere preziose e a suo tempo rappresentò una volontà di avvicinamento al mondo biblico. Ma conviene collocarlo dove gli spetta: come una fase della storia dell’arte del presepe, non come la risposta definitiva alla domanda sul presepe biblico.

Il problema non è che lo stile ebraico esista. Il problema è che lo si confonda con un’autenticità storica che non può sostenere senza revisione.

Da questa prospettiva, il presepe biblico non può nascere semplicemente dal perfezionare lo stile ebraico. Non basta correggere una tunica, cambiare un’architettura, aggiungere più pietra, scurire la tavolozza o dare alle figure un aspetto più orientale. Significherebbe restare dentro lo stesso quadro mentale.

Il presepe biblico ha bisogno di un’altra base. Deve nascere da una revisione più profonda, argomentata e aggiornata del racconto, del contesto storico, della cultura materiale, dell’identità ebraica dei protagonisti e della condizione umana della scena.

Non si tratta di vivere contro il passato, ma di non restarvi rinchiusi. Oggi non lavoriamo con gli stessi limiti di 50, 100 o 150 anni fa. Disponiamo di più studi archeologici, più bibliografia specialistica, più accesso a musei, cataloghi, immagini, basi documentali, mappe, scavi, ricerche sulla vita quotidiana, sull’abbigliamento, sull’architettura, sul giudaismo del Secondo Tempio e sulla cultura materiale del Mediterraneo orientale.

Disponiamo anche di nuovi strumenti di confronto, analisi e consultazione che prima non esistevano. Il XXI secolo non obbliga a disprezzare ciò che è venuto prima, ma impedisce di lavorare come se nulla fosse cambiato.

Onorare una tradizione non consiste nel ripeterla all’infinito. Consiste nel comprendere a che cosa rispose nel suo tempo e a quali domande non può più rispondere al posto nostro.

Il manuale non è contro lo stile ebraico. Prende sul serio ciò che esso stesso dice di voler essere. Il suo valore appartiene alla storia dell’arte del presepe, non a un’autorità definitiva sul mondo biblico. Ha avuto la sua funzione, la sua bellezza possibile e il suo tempo. Ma una fase non può confondersi con la fine del cammino.

Il presepe biblico non nasce contro di esso; nasce dopo di esso. Nasce dal tornare a guardare il racconto, il contesto e il mondo umano della nascita di Gesù con le conoscenze, le domande e la consapevolezza critica del nostro tempo.

Se oggi ha senso parlare di presepe biblico, è perché occorre andare oltre un’apparenza ereditata del biblico. Occorre tornare a chiedersi, con le conoscenze e la consapevolezza del nostro tempo, quale mondo stiamo rappresentando, quale racconto vogliamo rendere visibile e da quale verità artistica vogliamo comporre la scena.


Un’autenticità che non è rigidità

Cercare una maggiore autenticità non significa trasformare il presepe in un plastico archeologico né esigere certezze dove sono possibili solo ipotesi ragionevoli.

Ma non significa nemmeno fermarsi a un’apparenza ereditata e ripeterla come se bastasse che qualcosa «sembri biblico». Tra la copia archeologica impossibile e la convenzione ripetuta senza revisione c’è uno spazio molto più fertile: quello dell’interpretazione consapevole.

È questo il luogo del presepe biblico.

Si tratta di lasciare che la documentazione illumini la creazione, senza pietrificarla. La documentazione non sostituisce lo sguardo dell’artista, ma gli dà una base più solida. Aiuta a comprendere prima di comporre. Aiuta a scegliere meglio, a scartare meglio e a riconoscere quando una forma ha senso all’interno della scena e quando è giunta fino a noi soltanto per abitudine.

Quanto meglio comprendiamo il mondo in cui si colloca la nascita di Gesù, tanto meno arbitrarie possono essere le nostre decisioni. Non più rigide: meno arbitrarie.

Una casa, una luce, una figura, un tessuto, un gesto o un oggetto non dovrebbero stare lì solo perché «si sono sempre messi», né perché riproducono meccanicamente un dato archeologico. Dovrebbero stare lì perché aiutano a rendere visibile il racconto all’interno di un mondo verosimile, umano e culturalmente riconoscibile.

Il presepista non ha bisogno di diventare archeologo, storico o teologo. Ma può lavorare con una consapevolezza più desta. Può chiedersi che cosa sa, che cosa immagina, che cosa eredita e che cosa decide. Può distinguere quando una forma appartiene a una tradizione legittima e quando si avvicina davvero al mondo che il racconto evangelico pone davanti a noi.


Un presepe biblico non nasce dall’avere dati, ma dal confrontarli e ragionarli. La documentazione non sostituisce lo sguardo dell’artista: lo affina. Lo aiuta a sapere che cosa sta scegliendo, che cosa sta ereditando e che cosa sta decidendo.

Questa consapevolezza non impoverisce il presepe. Lo rende più profondo.

L’autenticità non è apparenza: è sguardo.


Ciò che viene dopo

Se il presepe vuole avvicinarsi con maggiore verità alla nascita di Gesù, non basta mettere ordine nel criterio. Occorre chiedersi da che cosa immagina un presepista quando immagina: con quali materiali di memoria compone la scena e come decide ciò che scarta.

Perché nessuno crea dal vuoto. Immaginiamo con immagini ricordate, con opere viste, con letture, con paesaggi, con figure ereditate e con riferimenti accumulati, anche se non sempre ne siamo consapevoli.

Per questo il passo successivo sarà studiare il ruolo dei riferimenti: che cosa sono, come si cercano, come si valutano e come possono aiutare a creare un presepe biblico senza trasformare la creazione in copia.


I riferimenti

  1. ↑ [1] Tissot, J. (1886–1894). The Birth of Our Lord Jesus Christ (La nativité de Notre-Seigneur Jésus-Christ) [gouache]. Brooklyn Museum. https://www.brooklynmuseum.org/es-US/objects/4430
  2. ↑ [2] Kluger, Z. (1937). An aerial photo of the city Bethlehem [fotografia]. Wikimedia Commons. https://commons.wikimedia.org/wiki/File:AN_AERIAL_PHOTO_OF_THE_CITY_BETHLEHEM._%D7%A6%D7%99%D7%9C%D7%95%D7%9D_%D7%90%D7%95%D7%99%D7%A8_%D7%A9%D7%9C_%D7%94%D7%A2%D7%99%D7%A8_%D7%91%D7%99%D7%AA_%D7%9C%D7%97%D7%9D.D332-057.jpg
  3. ↑ [3] Papyrus 1 (P1), recto: Matteo 1,1–9.12 [papiro, sec. III d.C.]. University of Pennsylvania Museum, via Wikimedia Commons. https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Papyrus_1_en.pdf
  4. ↑ [4] Jerusalem Modell BW 2 [plastico di Gerusalemme nel periodo del Secondo Tempio, Israel Museum]. Wikimedia Commons. https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Jerusalem_Modell_BW_2.JPG
  5. ↑ [5] Tissot, J. (1886–1894). The Magi Journeying (Les rois mages en voyage) [gouache]. Brooklyn Museum, via Wikimedia Commons. https://es.wikipedia.org/wiki/Archivo:Brooklyn_Museum_-_The_Magi_Journeying_(Les_rois_mages_en_voyage)_-_James_Tissot_-_overall.jpg
  6. ↑ [6] American Colony Photo Department (1921). Bethlehem and surroundings. Bethlehem in snow [fotografia]. Collezione Matson, Library of Congress, LC-DIG-matpc-05487. https://www.loc.gov/resource/matpc.05487/. La Library of Congress conserva la stessa immagine in un’altra scheda, LC-DIG-matpc-14749, datata «approximately 1900 to 1920»: https://www.loc.gov/resource/matpc.14749/.
  7. ↑ [7] American Colony Photo Department (c. 1920–1933). Bethlehem and surroundings. Bethlehem. A manger home. Room, part cave. Swaddled baby & dove-cote [fotografia]. Collezione Matson, Library of Congress, LC-DIG-matpc-02604. https://loc.gov/pictures/resource/matpc.02604/
  8. ↑ [8] La Tour, G. de (c. 1645). Le Nouveau-né [olio]. Musée des Beaux-Arts de Rennes, via Wikimedia Commons. https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Georges_de_La_Tour_-_Newlyborn_infant_-_Mus%C3%A9e_des_Beaux-Arts_de_Rennes.jpg
  9. ↑ [9] Rembrandt van Rijn (c. 1646). Adorazione dei pastori [olio]. Alte Pinakothek, Monaco di Baviera, via Wikimedia Commons. https://es.wikipedia.org/wiki/Archivo:Rembrandt_van_Rijn_009_full_image_01.jpg
  10. ↑ [10] Murillo, B. E. (c. 1650–1660). Adorazione dei pastori [olio]. Museo del Prado, Madrid, via Wikimedia Commons. https://es.wikipedia.org/wiki/Archivo:Adoration_of_the_Shepherds,_Murillo_(Prado_Museum).jpg
  11. ↑ [11] Daderot. Nativity scenes of Naples — Museo Nacional de Artes Decorativas, Madrid [fotografia]. Wikimedia Commons. https://es.wikipedia.org/wiki/Archivo%3ANativity_scenes_of_Naples_-_Museo_Nacional_de_Artes_Decorativas_-_Madrid%2C_Spain_-_DSC08419.JPG
  12. ↑ [12] Hunt, W. H. (1860). The Finding of the Saviour in the Temple [olio]. Birmingham Museums Trust, via Wikimedia Commons. https://commons.wikimedia.org/wiki/File%3AWilliam_Holman_Hunt_-_The_Finding_of_the_Saviour_in_the_Temple_-_Google_Art_Project.jpg
  13. ↑ [13] DeMille, C. B. (1927). The King of Kings [film]. Pathé Exchange, via Wikimedia Commons. https://commons.wikimedia.org/wiki/File%3AThe_King_of_Kings_%281927%29.webm
  14. ↑ [14] Kingofkings poster (1927) [manifesto cinematografico]. Pathé Exchange, via Wikimedia Commons. https://commons.wikimedia.org/wiki/File%3AKingofkings_poster.gif
  15. ↑ [15] American Colony Photo Department (tra il 1898 e il 1946). Beduin [i.e., Bedouin] shepherds [fotografia]. Collezione Matson, Library of Congress. https://www.loc.gov/resource/matpc.06061/
  16. ↑ [16] American Colony Photo Department (c. 1900–1920). Set of thirteen select slides of shepherd life, illustrating the Twenty Third Psalm. «He leadeth me in paths of righteousness» [fotografia]. Collezione Matson, Library of Congress. https://www.loc.gov/resource/matpc.05673/
  17. ↑ [17] American Colony Photo Department (tra il 1934 e il 1939). Bethlehem from the east. Shepherds' Fields, shepherd figure [fotografia]. Collezione Matson, Library of Congress, matpc 22262. https://www.loc.gov/resource/matpc.22262/
  18. ↑ [18] A. Peaucelle-Coquet Fils (c. 1895–1900). Catalog of Christmas cribs and statues of Saint Anthony of Padua [catalogo commerciale]. Wikimedia Commons. https://commons.wikimedia.org/wiki/File:A._Peaucelle-Coquet_Fils_-_Catalog_of_Christmas_cribs_and_statues_of_Saint_Anthony_of_Padua_-_page_01.jpg