Gesù nel suo tempo

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Un presepe può avere luogo e tempo, e restare senza mondo.
Il mondo umano si rappresenta, o si cancella.


Dopo il tempo, il mondo

Fin qui abbiamo lavorato il presepe biblico a partire dal racconto, dalle quattro verità che la scena può sostenere, dalla figura dell’interprete e dal tempo di cui la scena ha bisogno.

Ma resta ancora una dimensione senza nome.

La Giudea del I secolo in cui si inscrive la nascita di Gesù non è una quinta teatrale.

È una terra sottomessa, con la sua struttura sociale, le sue tensioni politiche, le sue disuguaglianze materiali e le sue attese religiose. Quel mondo non circonda la scena dall’esterno. È ciò che le dà gravità e senso.

Un presepe biblico non cambia soltanto quando migliora la sua scenografia. Cambia quando comincia a lasciar intravedere il mondo umano in cui la nascita acquista il suo peso.


Una terra sottomessa

La Giudea del I secolo non è una regione indipendente. È integrata nella macchina amministrativa e fiscale dell’impero romano. Roma controlla il territorio con governatori, truppe di stanza e una struttura di tributi che arriva fino all’ultimo villaggio. La ribellione si punisce con durezza, e la presenza militare è un promemoria quotidiano del fatto che la libertà politica non è un orizzonte reale.

Carta a colori della Palestina: Galilea e Perea in rosa, il nord-est in verde, Giudea, Samaria e Idumea in arancione; in alto a sinistra, due riquadri con la pianta di Gerusalemme e quella del Tempio.
La Palestina al tempo di Gesù, 4 a.C.-30 d.C., secondo Charles Foster Kent (1912). La carta colora il territorio secondo chi lo governava: in arancione, ciò che era sotto la provincia di Siria —tra le altre regioni, Giudea, Samaria e Idumea—; in rosa, la tetrarchia di Erode Antipa, con Galilea e Perea; in verde, quella di Filippo, a nord-est. È una ricostruzione del 1912, non una carta antica, e riunisce in un’unica immagine più di tre decenni; i suoi riquadri disegnano la Gerusalemme di epoca romana e il Tempio di Erode.1

Il governo locale si esercita attraverso clienti dell’impero. Erode il Grande e i suoi successori regnano con il consenso di Roma, e spesso contro l’opinione del popolo che governano. Dipendono dall’impero più che dal popolo che amministrano, e la loro condotta — specialmente quella di Erode— alterna l’opera pubblica ambiziosa alla repressione brutale quando il loro potere si vede minacciato.

Le due facce di una moneta di bronzo consumata: a sinistra, un elmo con una stella sopra, tra due rami di palma; a destra, un tripode con un calderone, circondato da lettere greche.
Moneta di bronzo di Erode il Grande, anno 3 del suo regno. Su una faccia, un elmo militare con una stella tra due palme; sull’altra, un tripode con un calderone cerimoniale e la legenda greca ΒΑΣΙΛΕΩΣ ΗΡΩΔΟΥ («del re Erode»). Il re che governava con il consenso di Roma firmava la sua moneta con il suo titolo.2

Quel quadro non è accessorio. Condiziona tutto, dall’economia familiare alla vita religiosa, e in modo molto particolare ciò che un ebreo del I secolo si aspetta da Dio.


Disuguaglianza e stratificazione

Sotto questa occupazione, la società è rigidamente stratificata.

Una minoranza accumula le risorse: grandi proprietari, l’alto sacerdozio legato al Tempio, mercanti agiati, famiglie vicine al potere romano. La maggioranza vive nella precarietà. Contadini indebitati che perdono le loro terre ed entrano in servitù per debiti. Artigiani con margini minimi. Pescatori la cui economia dipende da una singola giornata. Pastori che vanno dal piccolo proprietario di gregge al salariato senza terra — un continuo che l’antropologia delle figure descrive in dettaglio—, molti dei quali ai margini economici. Le imposte sono molteplici — al Tempio, a Roma, ai governanti locali— e si sommano fino a soffocare le famiglie più deboli.

Veduta di un grande plastico in pietra chiara: un recinto rettangolare con portici e un alto edificio al centro, circondato da case, mura e torri; sullo sfondo, alberi ed edifici della Gerusalemme attuale.
Plastico di Gerusalemme alla fine del periodo del Secondo Tempio, Museo d’Israele (scala 1:50). In primo piano, il recinto del Tempio con il santuario al centro; dietro, la città. Lo costruì Michael Avi-Yonah negli anni Sessanta: le misure del recinto seguono soprattutto Flavio Giuseppe, e l’edificio del Tempio la letteratura rabbinica; in seguito fu corretto alla luce degli scavi di Gerusalemme successivi al 1967.3 La fonte che documenta il plastico parla del Tempio e del suo recinto; non dice su che cosa si basino le case della città, che vanno lette come la proposta dei suoi autori.4

All’interno di quella società gli strati sono rigidi. Sadducei e aristocrazia sacerdotale controllano il Tempio. Farisei e scribi hanno autorità per la loro conoscenza della Legge, senza coincidere necessariamente con il potere politico. Sotto di loro, una massa di braccianti, uomini liberi senza risorse, servi e schiavi. Le donne sostengono la vita familiare e la trasmissione della tradizione, ma occupano un posto secondario nella vita pubblica e religiosa. E ai margini vivono coloro che la società esclude: malati, lebbrosi, pubblicani, prostitute, emarginati per motivi economici, religiosi e morali al tempo stesso.

Tutto questo non funziona come fondale. È la realtà umana all’interno della quale la nascita acquista il suo peso.


Un’attesa diversa

In quel quadro, l’attesa del Messia non ha una forma unica. La parola «Unto» riassume un anelito condiviso, ma la figura concreta che quell’anelito attendeva variava molto da un gruppo all’altro.

Alcuni sognavano un re guerriero alla maniera di Davide, un capo carismatico che avrebbe sconfitto Roma e restaurato l’indipendenza politica di Israele. Altri attendevano un’irruzione soprannaturale: un segno visibile che il tempo della redenzione era giunto, un giudizio divino, una trasformazione cosmica. Altri non attendevano una figura concreta, ma l’azione diretta di Dio nel rafforzamento dei giusti e nell’indebolimento dell’oppressore, senza bisogno di armi né di campagne militari. Gli esseni, rifugiati nel deserto, parlavano perfino di due messia distinti, uno sacerdotale e uno regale.

Ciò che era condiviso era più saldo di ciò che divergeva: la convinzione che solo Dio potesse portare la restaurazione, e l’anelito a un intervento che ponesse fine alla sofferenza e ristabilisse la giustizia. Ma ciò che divergeva conta per il presepista, perché corregge un’iconografia radicata. L’attesa messianica del I secolo non si lasciava risolvere in un’unica immagine, e la scena della nascita si inscrive in quell’orizzonte plurale, non in uno unificato a posteriori.


Come cambia la lettura della scena

Tutto questo conta poco se non cambia il modo di guardare la scena. Ma quando vi entra davvero, non si vede più la stessa cosa.

I pastori smettono di essere figure pittoresche. Sono gente umile di una società reale — umiltà reale, non miseria pittoresca: il mestiere andava dal piccolo proprietario al salariato senza terra, come descrive in dettaglio l’antropologia delle figure—, lontani dalla vita urbana e dalla centralità del Tempio. Che l’annuncio della nascita giunga prima a loro smette di essere un dettaglio gentile: è un segnale che il racconto orienta verso chi non conta.

La famiglia di Betlemme smette di essere una famiglia qualsiasi. È una famiglia povera, in una terra occupata, che viaggia per un ordine amministrativo romano e non trova alloggio nella città della sua ascendenza. Ciascuna di queste condizioni è materia concreta della scena: la stanchezza del cammino, la precarietà del rifugio, l’umiltà della mangiatoia acquistano un altro peso quando il mondo che li circonda non è astratto.

L’annuncio smette di essere un avviso gentile. Batte su secoli di attesa attiva, in un popolo che leggeva la propria storia come promessa in sospeso. La gioia del passo — «he aquí os doy nuevas de gran gozo, que será para todo el pueblo» (ecco, vi do notizia di una grande gioia, che sarà per tutto il popolo), Luca 2, 10— non ha il suo peso pieno se chi la riceve non è situato in un orizzonte di oppressione e di attesa reale.

Non si tratta di caricare la scena di sociologia. Si tratta di non costruirla come se accadesse in un vuoto umano.

Solo allora la nascita smette di sembrare una scena senza tempo e comincia a pesare come avvenimento.


Ciò che questo non è

Conviene dire con chiarezza che cosa non è questa lettura.

Non si tratta di ridurre la nascita di Gesù a una lettura politica. La dimensione spirituale del racconto non si esaurisce nel suo quadro storico, e pretendere il contrario impoverirebbe la scena quanto cancellarlo.

Non si tratta neppure di creare una nuova categoria stilistica. È stato considerato e scartato il nome di «Presepe di Liberazione Storica»: il blocco conserva il nome che già esiste, presepe biblico, e lavora per sostenerlo con maggiore rigore, non per sostituirlo.

Si tratta, piuttosto, di non separare lo spirituale dalla storia reale in cui la nascita fu annunciata, attesa e narrata. La speranza messianica non nasce nel vuoto. Nasce in un popolo con memoria, con ferite, con fede e con desiderio di giustizia. Una scena che ignora quel suolo può restare devozionale, ma smette di essere ciò che qui intendiamo per presepe biblico.


Che cosa guadagna il presepista con questo quadro

Quando questo mondo umano entra nel lavoro, cambia il modo di vedere le figure prima di modellarle.

La povertà smette di essere un ornamento. Un mantello logoro, una postura curva per il freddo, mani indurite non sono risorse di umiltà devozionale: sono segni di una vita concreta, sottoposta a un lavoro e a un clima. L’umiltà, intesa così, non è un’estetica che si sceglie, ma la forma in cui si manifesta una condizione materiale reale.

La verità di quelle figure comincia quando smettono di sembrare personaggi umili e cominciano a sembrare persone che hanno davvero vissuto così.

Lo stesso accade con la speranza. Non è un’astrazione che la scena illustra, ma ciò che persone concrete, situate in una storia concreta, rivolgono verso un orizzonte che appartiene loro.

Il presepe non si complica. Gli si toglie un’idealizzazione che aveva cominciato a confondersi con il racconto stesso.


Prima di proseguire

Fin qui abbiamo pensato il luogo, il tempo e il mondo umano in cui si inscrive la nascita di Gesù. Ma ogni scena si costruisce, in ultima istanza, a partire da figure concrete.

Resta da vedere chi sono quelle figure. Che età hanno i protagonisti, quale fisionomia generale corrisponde a una famiglia ebrea di Galilea, che cosa indossano, con quale tavolozza, quali animali sono plausibili nel luogo e nella stagione, quale posto occupano i personaggi secondari.

Sarà questo il passo successivo.


I riferimenti

  1. ↑ [1] Kent, Ch. F., Palestine in the time of Jesus, 4 B.C.-30 A.D.: (including the period of Herod, 40-4 B.C.) [carta a colori, 59 × 42 cm], 1912 (Kent and Madsen Historical Maps, foglio V). Library of Congress, Geography and Map Division. https://lccn.loc.gov/2009579463
  2. ↑ [2] Moneta da 8 prutot di Erode il Grande [lega di rame, 35-34 a.C. (anno 3)]. British Museum, 1908,0110.263. © The Trustees of the British Museum, CC BY-NC-SA 4.0. https://www.britishmuseum.org/collection/object/C_1908-0110-263
  3. ↑ [3] Ben-Eliyahu, E., «Models of the Temple at Jerusalem» (voce del JRA), Oriental Institute, Università di Oxford. https://josephus.orinst.ox.ac.uk/archives/745
  4. ↑ [4] Werner, B., Jerusalem Modell BW 2 [fotografia, 9-11-2008], Wikimedia Commons, pubblico dominio. https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Jerusalem_Modell_BW_2.JPG